Cipriano e Camus, la fede e l’ateismo di fronte alla peste

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Tascio Cecilio Cipriano (210-258), arcivescovo di Cartagine e martire, nel 252 scrisse una lettera pastorale per sostenere i propri fedeli durante una terribile peste. Quasi due millenni dopo, Camus scrisse La Peste. Per il santo martire, la pestilenza è una prova di fronte alla morte, che si conclude con la salvezza o la dannazione. Per Camus, al contrario, è solo una “interminabile sconfitta”

Tascio Cecilio Cipriano (210-258), arcivescovo di Cartagine e martire, nel 252 scrisse una lettera pastorale per sostenere i propri fedeli nella lotta contro una terribile peste che stava mietendo un numero impressionante di vittime nel Paese. La lettera non faceva sconti a nessuno, a partire dal titolo: De mortalitate.

Per Cipriano il credente non deve temere la morte se è in grazia di Dio: «Tema di morire colui che non è nato a nuova vita dall’acqua e dallo Spirito, e che sarà consegnato al fuoco eterno della Gehenna. Tema di morire colui che non è stato segnato con il sigillo della croce e della passione di Cristo. Tema di morire colui che passerà da questa morte alla morta seconda. Tema di morire colui che allontanandosi dal mondo sarà tormentato dalla fiamma eterna di infiniti castighi. Tema di morire colui al quale è stata inflitta l’angoscia di un’attesa più lunga, perché il suo tormento e il suo lamento sono soltanto differiti».

Poi il futuro martire affronta il tema della prova: la peste da una parte saggia la tempra degli uomini e su altro fronte interroga la libertà umana perché si riscatti dalla sua condizione di peccatore. In merito al primo aspetto così si esprime Cipriano: «Fratelli amatissimi, quanto vale tutto ciò! Quanto è appropriato, quanto è necessario che questa epidemia e questa peste, che sembrano orribili e mortali, mettano alla prova il senso di giustizia di ognuno ed esaminino i sentimenti umani. Questo flagello mostra se i sani siano realmente al servizio dei malati, se i parenti amino i loro consanguinei come devono, se i padroni abbiano compassione dei servi malati, se i medici non abbandonino i malati che chiedono loro aiuto, se i violenti reprimano la loro ira, se gli avidi spengano l’ardore sempre insaziabile della loro folle avidità almeno per la paura della morte, se gli orgogliosi pieghino la testa, se gli sfrontati moderino l’audacia, se, morendo i loro cari, i ricchi, vedendo l’approssimarsi della morte, elargiscano almeno qualcosa visto che moriranno senza lasciare eredi».

Invece riguardo alla possibilità che la peste sia una occasione per santificarsi l’arcivescovo di Cartagine così appunta: «I tiepidi sono stimolati dalla paura dell’epidemia e delle circostanze funeste, i negligenti sono spronati, i pigri sono pungolati, i disertori della fede sono spinti a ritornare, i pagani sono costretti a credere, i fedeli più vecchi sono chiamati al riposo, l’esercito numeroso e fresco di forze è riunito con più ardente zelo sul campo, perché combatta senza paura della morte, una volta che sia giunto al momento della battaglia chi si avvicina al combattimento attraverso l’esperienza dell’epidemia. […] Anche se questa epidemia non avesse giovato a niente altro, giova moltissimo a noi cristiani e ai servi di Dio, per il fatto di incominciare a desiderare volentieri il martirio, mentre si impara a non temere la morte. Per noi questa epidemia è un esercizio, non uno sterminio, perché offre la corona della fermezza all’animo, preparato alla vittoria grazie al disprezzo della morte».

Passano 1695 anni e il premio Nobel per la letteratura Albert Camus (1913-1960) scrive La peste che lo stesso autore definì «come il più anticristiano dei suoi libri». Di fronte all’assurdo del male di vivere, scatta la rivolta, che ne La peste si cristallizza su un primo versante in una pietà laica, in una fratellanza solo umana (è l’ “Insieme ce la faremo” di questi giorni) e su altro versante nella fiducia nella scienza. Lo iato da qualsiasi afflato religioso o trascendente è netto.

Personaggio principale è Bernard Rieux, medico francese che deve fronteggiare l’epidemia. Ad un certo punto della trama Rieux viene interrogato dal giovane Jean Tarrou, che nei suoi taccuini appunta l’evoluzione del contagio, in merito ad una predica del gesuita Paneloux. Questi, ai fedeli di Orano, città algerina colpita dal morbo, aveva dichiarato senza mezzi termini che la pesta era un castigo divino.

Rieux commenta così il punto di vista del religioso: «Ho troppo vissuto negli ospedali per amar l’idea d’un castigo collettivo».  Tarrou poi lo incalza: «Lei crede in Dio, dottore?». La sua risposta: «No, ma che vuol dire questo? Sono nella notte e cerco di vederci chiaro. Da molto tempo ho finito di trovare originale la cosa». «Non è questo che la divide da Paneloux?». «Non credo. Paneloux è un uomo di studio, non ha veduto morire abbastanza: per questo parla in nome di una verità. Ma ogni piccolo prete di campagna, che amministra i suoi parrocchiani e ha sentito il respiro dei moribondi, la pensa come me. Curerebbe la miseria prima di volerne dimostrare la perfezione». Passando al discorso indiretto, Camus precisa che se il dottore «avesse creduto in un Dio onnipotente avrebbe trascurato di guarire gli uomini, lasciandone la cura a lui. Ma che nessuno al mondo, no, nemmeno Paneloux, che credeva di credervi, credeva in un Dio di tal genere; nessuno infatti si abbandonava del tutto, e in questo almeno, lui, Rieux, credeva di essere sulla via della verità, lottando contro la creazione com’essa è». Poi l’autore torna a dare voce al dottor Rieux: «se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace». E alla domanda di Tarrou su cosa sia la peste per il dottore, questi così risponde: «un’interminabile sconfitta».

Camus è autore lucidissimo nella diagnosi della inesausta disperazione dei tempi moderni e post moderni, nata dalla perdita di senso. Ma, avendo abortito Dio dal suo orizzonte, non trova la terapia al non senso, a questa peste che si chiama vita. Camus è dunque incapace di individuare la soluzione a ciò che gli appare solo un assurdo. Le uniche soluzioni sono l’autodistruzione (si legga il suo dramma di eccezionale profondità Caligola) e la rivolta, che ne La Peste abbiamo visto declinarsi come solidarietà umana e impegno della scienza.

Cipriano e Camus sono separati da ere geologiche culturali. L’état d’esprit collettivo al tempo della peste 2020 pende più verso Cipriano o verso Camus? Difficile dirlo con certezza. Senza dubbio l’epoca pre-covid era scientista e positivista, menefreghista verso Dio, sicura che l’uomo basti all’uomo. Ma oggi? E, soprattutto, domani? Certamente siamo ancora nella fase dell’ “Insieme ce la faremo” e del fatalistico e al limite dell’azzardo “Andrà tutto bene” (anche chi punta alla roulette lo fa sperando di vincere), ma accanto a questo diffuso atteggiamento da automedicazione e ancor ben lungi dalla sensibilità quasi da vertigine del martire Cipriano, ecco serpeggiare nelle case, piene di gente, mani giunte, occhi al Cielo e soprattutto interrogativi che si fanno particolarmente densi quando, dalla finestra che si affaccia sul silenzio della strada, ti domandi insieme a Leopardi: «che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono?».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 16 Aprile 2020

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