La Chiesa in tempo di coronavirus

«Rivogliamo la Messa», così reclamarono alcuni giovani cattolici in reti sociali ed altri mezzi di comunicazione. «Dobbiamo rispettare l’isolamento sociale obbligatorio imposto dalle autorità statali», risposero alcuni vescovi, difendendo la sospensione delle Messe e dei sacramenti.

Al di là del racconto, ciò che importa è il contenuto: è giusto privare i fedeli della Messa? Le autorità ecclesiastiche possono lasciare i cristiani senza il cibo che nutre la loro vita spirituale? Le misure adottate dal governo nazionale per affrontare la pandemia e prevenire la diffusione del virus giustificano la sospensione generale e automatica dei sacramenti? Per rispondere a queste e ad altre domande dobbiamo porci in una prospettiva di fede e di giustizia.

Gesù disse: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…» (Mt. 28, 19). Nella parola «battezzandoli» del suo mandato missionario, Gesù Cristo affidò i sacramenti (Battesimo, Riconciliazione, Eucaristia, Unzione degli Infermi, eccetera) alla Chiesa in deposito (non in proprietà) per la salvezza degli uomini e delle donne.

Pertanto, nelle relazioni ecclesiali i sacramenti sono — al contempo — un dovere per la Chiesa come istituzione e un diritto per i fedeli. Sono un dovere della Chiesa perché Gesù ha destinato i sacramenti agli uomini. La gerarchia (diaconi, preti e vescovi) non può chiudersi nelle sacrestie se si vuole essere una Chiesa in uscita, come dice papa Francesco, anzi deve andare all’incontro. I fedeli, a loro volta, hanno il diritto di ricevere i beni sacramentali che Gesù ha dato loro per ricevere la grazia di Dio, essere santificati e salvati.

L’Eucaristia è il sacramento in cui Gesù, il Pane della Vita (cfr. Gv. 6, 48), si dona, rivelando l’amore infinito di Dio per ogni essere umano. È il cibo spirituale per eccellenza, senza il quale la nostra vita soprannaturale muore: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (Gv. 6, 53).

In periodo di Covid-19 la missione salvifica della Chiesa non cambia, rimane la stessa. Le azioni più caritatevoli che può offrire sono l’annuncio del vangelo e l’amministrazione dei sacramenti. Nessuno può sostituirla nel suo compito di insegnamento e di santificazione. Nemmeno le trasmissioni online delle Messe sono sufficienti a tale riguardo perché, come disse papa Francesco, la chiesa virtuale non è Chiesa.

Durante la quarantena deve essere applicato il principio pastorale di giustizia «il diritto positivo segue la vita», che richiede l’adattamento delle strutture ecclesiastiche per garantire l’accesso ai sacramenti. Così come le autorità statali assicurano l’alimentazione fisica, la medicina e l’assistenza sociale, le autorità ecclesiastiche devono assicurare il nutrimento spirituale, adottando le misure sanitarie necessarie. Privare i fedeli delle basi della sussistenza è ingiusto. Come insegna il Santo Padre, la Chiesa deve essere un ospedale da campo con i suoi medici delle anime che portano alle persone la medicina della Riconciliazione e il cibo soprannaturale dell’Eucaristia.

I pastori devono discernere e decidere con fede, creatività e zelo apostolico quali siano le vie più appropriate ed efficaci. Forse, come ha proposto l’Arcivescovo argentino di La Plata, Mons. Víctor Manuel Fernández, le Messe potrebbero essere celebrate adottando misure sanitarie simili a quelle previste per la frequentazione di supermercati, farmacie, banche od ospedali.

Affinché i fedeli che desiderano partecipare alla Messa possano farlo, si potrebbe aumentare il numero delle celebrazioni al giorno, ridurre la loro durata ed omettere il segno di pace. Dovrebbero essere prese delle misure per evitare assembramenti, rendendo possibile un distanziamento sufficiente tra le persone, per la sanificazione dei banchi prima e dopo ogni Messa, per garantire che il clero e i fedeli indossino le mascherine, e così via. Per la Riconciliazione si potrebbero utilizzare i confessionali tradizionali con grata, applicando un velo sottile con disinfettante.

Allo stesso modo — avvalendosi delle necessarie misure di protezione (mascherine, guanti o abbigliamento chirurgici) — i sacerdoti potrebbero portare i sacramenti nelle case delle persone che lo desiderano, essendo impossibilitate a recarsi in chiesa perché appartenenti alle categorie di persone a rischio (anziani o malati) o temono di contagiare i loro parenti. Lo stesso vale per le prigioni e gli ospedali.

L’assistenza ai malati e ai moribondi è di prim’ordine. Nel contesto d’angoscia che stiamo vivendo, molte persone muoiono sole, senza la possibilità di accomiatarsi dai propri cari, senza espressioni di affetto, senza assistenza spirituale e, persino, senza funerali. Il sacerdote deve essere presente per consolarli e accompagnarli nel nome di Gesù, perché Lui ci ha promesso che sarà con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt. 28, 20). Deve trasmettere loro l’amore di Dio attraverso la Riconciliazione (ci sono confessionali pieghevoli portatili di cartone o alluminio simili a piccoli schermi), l’Unzione degli Infermi e la Santa Comunione.

Le norme che sottraggono la libertà alla Chiesa sono ingiuste e violano i diritti umani della libertà religiosa e di culto (cfr. Nazioni Unite (1948), Dichiarazione universale dei diritti umani, articoli 2, 18 e 19). I pastori devono «rendere a Cesare quello che è di Cesare», ma anche «a Dio quello che è di Dio» (Mt. 22, 21). Devono essere fedeli amministratori dei sacramenti e, come Gesù, dare la vita per amore.

Le autorità statali non possono impedire ai pastori di compiere il loro dovere di portare l’alimento spirituale e la grazia divina al popolo. Ci sono molti che hanno bisogno di rifugio, di compassione, di amore e di conforto. Vi è molta incertezza, angoscia e paura. Pertanto, durante la quarantena i sacerdoti devono essere, come Gesù, ponti d’ascolto, incoraggiamento e sollievo, portando l’amore di Dio, la grazia ed il conforto dei sacramenti a coloro che ne hanno bisogno. La Vergine Maria ci accompagna.

Fonte: Stilvm Curiae, 4 Maggio 2020

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1 commento su “La Chiesa in tempo di coronavirus”

  1. Tendremos que luchar para volver a recibir los Sacramentos, ¿será posible que alguien piense en recibir a Jesús en bolsa plástica,? fue una idea, salida de Alemania; IMPENSABLE, un esfuerzo de organización con creatividad, voluntad, y resguardos para cumplir lo establecido por nuestro Señor, no queremos ser objeto de persecuciones, si hay contagios, suficiente con las que se presencian a los Cristianos; pero privarnos del alimento espiritual, ha sido un golpe a la gracia, que se organicen los Sacerdotes, los Obispos, los fieles queremos recibir a UNA PERSONA VIVA ES JESÚS, la Eucaristía es esencial. Austria, USA, retornan con higiene, mínimo contacto social, que Dios nos ayude, y nuestra madre interceda por nosotros.

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