I profeti di sventura e i falsi profeti

Un recente articolo della “Civiltà Cattolica” definisce quanti sostengono che il coronavirus è una punizione divina “profeti di sventura” (ndr si tratta dell’articolo di David Neuhaus, apparso sul quaderno 4077, del numero del 2 maggio 2020).

I profeti biblici di solito annunciano disgrazie future, che arriveranno se le persone non si convertiranno dalle loro vie malvagie.

Si veda, ad esempio, il libro del profeta Amos (2, 6-16)

Così dice il Signore:
«Per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto,perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali, essi che calpestano come la polvere della terra la testa dei poveri e fanno deviare il cammino dei miseri; e padre e figlio vanno dalla stessa ragazza, profanando così il mio santo nome. Su vesti prese come pegno si stendono presso ogni altare e bevono il vino confiscato come ammenda nella casa del loro Dio. Eppure io ho sterminato davanti a loro l’Amorreo, la cui statura era come quella del cedro, e la forza come quella della quercia; ho strappato i suoi frutti in alto e le sue radici di sotto. Io vi ho fatti uscire dal paese di Egitto e vi ho condotti per quarant’anni nel deserto, per darvi in possesso il paese dell’Amorreo. Ho fatto sorgere profeti tra i vostri figli e nazirei fra i vostri giovani. Non è forse così, o Israeliti?». Oracolo del Signore.

“Ma voi avete fatto bere vino ai nazirei e ai profeti avete ordinato: Non profetate! Ebbene, io vi affonderò nella terra come affonda un carro quando è tutto carico di paglia. Allora nemmeno l’uomo agile potrà più fuggire, né l’uomo forte usare la sua forza; il prode non potrà salvare la sua vita né l’arciere resisterà; non scamperà il corridore, né si salverà il cavaliere. Il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno!». Oracolo del Signore.

Oggi, invece. Le sventure sono palpabili e visibili

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Di sicuro, il profeta può anche interpretare le calamità presenti e attuali come castigo divino per i peccati del popolo.

Non lo fanno a volte i profeti biblici?

Si veda, ad esempio, l’inizio del libro di Isaia (Is 1, 1 – 8)

“Visione che Isaia, figlio di Amoz, ebbe su Giuda e su Gerusalemme nei giorni di Ozia, di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda. Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende». Guai, gente peccatrice, popolo carico di iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo di Israele, si sono voltati indietro; perché volete ancora essere colpiti, accumulando ribellioni? La testa è tutta malata, tutto il cuore langue. Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né curate con olio. Il vostro paese è devastato, le vostre città arse dal fuoco. La vostra campagna, sotto i vostri occhi, la divorano gli stranieri; è una desolazione come Sodoma distrutta. È rimasta sola la figlia di Sion come una capanna in una vigna, come un casotto in un campo di cocomeri, come una città assediata”.  

Con ciò non voglio dire che quanti oggi sostengono che il coronavirus ha un’alta probabilità di essere una punizione divina sono profeti, ma che non è possibile che i grandi profeti biblici siano “profeti di sventura” nel senso peggiorativo usato dall’articolo in questione.

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In effetti, nella Scrittura chi sono i “profeti di sventura” e chi sono i “falsi profeti”?

A proposito dei libri dei Profeti che compongono la Sacra Scrittura, non penso ci sia un solo Profeta biblico, maggiore o minore, che non abbia annunciato disgrazie.

Si veda questo esempio tratto da Isaia (Is 30, 8-17):

Su, vieni, scrivi questo su una tavoletta davanti a loro, incidilo sopra un documento, perché resti per il futuro in testimonianza perenne. Poiché questo è un popolo ribelle, sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. Essi dicono ai veggenti: «Non abbiate visioni»  e ai profeti: «Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!  Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo di Israele». Pertanto dice il Santo di Israele: «Poiché voi rigettate questo avvertimento e confidate nella perversità e nella perfidia, ponendole a vostro sostegno, ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sporge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia, così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna». Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».- Ebbene, fuggite!

«Cavalcheremo su destrieri veloci». – Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori. Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come un’asta sopra una collina”.

E quest’altro di Geremia (4, 5-9):

Annunziatelo in Giuda, fatelo udire a Gerusalemme; suonate la tromba nel paese, gridate a piena voce e dite: Radunatevi ed entriamo nelle città fortificate. Alzate un segnale verso Sion; fuggite, non indugiate, perché io mando da settentrione una sventura e una grande rovina.  Il leone è balzato dalla boscaglia, il distruttore di nazioni si è mosso dalla sua dimora per ridurre la tua terra a una desolazione: le tue città saranno distrutte, non vi rimarranno abitanti. Per questo vestitevi di sacco, lamentatevi e alzate grida, perché non si è allontanata l’ira ardente del Signore da noi. E in quel giorno, dice il Signore, verrà meno il coraggio del re e il coraggio dei capi; i sacerdoti saranno costernati e i profeti saranno stupiti”.

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E quando si parla di falsi profeti, curiosamente, non sono i “profeti delle disgrazie”, ma al contrario, i “profeti” della buona fortuna, quelli che dicono “pace, pace”, e non c’è pace.

Si veda Geremia 6, 13-15:

Perché dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna. Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: «Bene, bene!» ma bene non va. Dovrebbero vergognarsi dei loro atti abominevoli, ma non si vergognano affatto, non sanno neppure arrossire. «Per questo cadranno con le altre vittime, nell’ora del castigo saranno prostrati», dice il Signore.

E Geremia 23, 16 -17:

Così dice il Signore degli eserciti: «Non ascoltate le parole dei profeti che profetizzano per voi; essi vi fanno vaneggiare, vi annunciano fantasie del loro cuore, non quanto viene dalla bocca del Signore. A coloro che disprezzano la parola del Signore, dicono:  «Avrete la pace!», e a quanti, ostinati, seguono il loro cuore: «Non vi coglierà la sventura!».

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Poi afferma che i testi biblici vengono manipolati prendendoli fuori dal contesto. Tuttavia, esiste il rischio che l’arte di contestualizzare venga utilizzata per creare un testo che non dica più ciò che effettivamente afferma. Per questo motivo, i “chiarimenti” fatti nell’articolo della “Civiltà Cattolica” non sono molto chiari, come vedremo tra poco.

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D’altra parte, lo scrittore presume che l’intera questione del coronavirus e della punizione divina si basi su due (solo due) testi biblici presi fuori dal contesto, forse perché i due menzionano la peste. Ci sembra che non sia così. Piuttosto, ciò che vediamo è che tutte le Scritture attestano 1) che Dio punisce il peccato 2) che lo fa non solo all’inferno, ma anche in questa vita.

E su questa base, vediamo 1) che il mondo attuale sembra avere intrapreso una gara di sfida alla legge di Dio che non ha precedenti e che sembra godere nel poter contraddire le nozioni morali più elementari ed elementari del sano senso comune dell’umanità; una corsa che riguarda molti cattolici, compresi membri della gerarchia ecclesiastica, resisi protagonisti di scandali disgustosi su una scala anch’essa forse senza precedenti nella storia della Chiesa; 2) che su tale mondo, precisamente, cala il disastro senza precedenti nella storia dell’umanità di una paralisi planetaria, in gran parte anche ecclesiale, dovuta a un virus contagioso.

Ci sembra che alla luce di questi quattro fatti basilari ed elementari, la conclusione che si tratti di una punizione divina abbia almeno un’alta probabilità e che i “contesti” possano fare ben poco di fronte a un fatto del genere.

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Ora, la spiegazione dello scrittore di questi due passaggi, come sfortunatamente accade di solito con alcune spiegazioni contestuali cervellotiche, sembra creare più problemi di quanti ne risolva, ammesso che ne risolva qualcuno.

Per quanto riguarda il testo del libro di Samuele, si limita a dire che l’intenzione dell’autore sacro, di fronte a realtà dolorose come l’invasione babilonese, la distruzione del tempio di Gerusalemme e l’esilio del popolo a Babilonia, è di invitare il popolo ad assumersi la propria responsabilità nei mali caduti su Israele e perfino di convertirsi per chiedere perdono a Dio.

Tutto per non dire che Dio punisce il popolo.

Dice in effetti:

L’intera tradizione narrativa deuteronomista è stata scritta in un contesto di devastazione: tutto era andato perduto. Il popolo doveva rileggere la propria storia per assumersene la responsabilità e chiedere perdono a Dio. La pagina biblica non intende affermare la pestilenza come punizione divina, bensì la necessità che il popolo – come Davide – si assuma le proprie responsabilità negli eventi che hanno condotto all’esilio”.

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Ma come mai quegli “eventi” di cui Israele deve assumersi la responsabilità “lo hanno portato all’esilio”?

Perché dovrebbe esserci una relazione tra quella catastrofe, il pentimento e il perdono dei peccati? Perché dovrebbe esserci una relazione tra i mali di Israele e i suoi peccati?

E quale sarebbe quella relazione? Non sarà che in  parte i peccati di Israele consistono nell’avere  chiamato Nabucodonosor a invadere la Terra Promessa? O nel fatto di non essersi preparati sufficientemente per la guerra?

Non era piuttosto il peccato di adorare idoli e seguire altre divinità diverse dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe?

In che modo i peccati di Israele hanno portato Israele alla catastrofe, e perché Israele dovrebbe guardare ai propri peccati per capire quella catastrofe se questa non fosse la punizione di Dio per quegli stessi peccati?

Insomma, che razza di spiegazione è questa?

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Di seguito l’articolista aggiunge:

“Certo, secondo la comprensione di Dio nella Scrittura, che è sempre in divenire, vi è qui ancora una mentalità religiosa che tende a riferire tutto a Dio come causa prima e a collegare ogni avversità con un precedente peccato commesso, dal singolo o da altri”.

Non starà dicendo che in realtà è un errore, a causa della mentalità religiosa dell’autore biblico, che Dio è, per volizione o permissione, all’origine di tutto quanto accade nella Creazione?

Ebbene no, questa è una verità di fede, con la quale professiamo l’infallibile Provvidenza di un Dio onnipotente e onnisciente.

D’altra parte, quello della comprensione di Dio nella Scrittura che è sempre in divenire e che non è limitato, nemmeno, nella frase, all’Antico Testamento, non sembra compatibile con l’immutabilità della verità rivelata da Dio e dalla fede data “una volta per tutte ai santi” (Giud 1, 3).

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E prosegue:

“Dopo la «correzione» successiva dei testi profetici (ad esempio Ezechiele), per cui ciascuno paga soltanto le conseguenze del proprio peccato, sarà Gesù a contraddire questa logica religiosa di stretta dipendenza tra colpa e castigo (come nel caso degli episodi della torre di Siloe e del cieco nato)”.

Prima di tutto, sta dicendo genericamente che nel Nuovo Testamento a volte viene affermato che i mali di questa vita potrebbero non avere alcun legame con il peccato precedente di qualcuno?

 Non è così, giacché senza dubbio non vi è alcuna contraddizione tra il Nuovo Testamento e la fede cattolica, secondo la quale, senza il peccato originale, non ci sarebbe stata né morte, né malattia né sofferenza per l’umanità, dato lo stato preternaturale di “giustizia originale” in cui i primi esseri umani erano stati gratuitamente costituiti da Dio.

È preoccupante che l’articolista presenti il ​​testo di Ezechiele come contenente l’affermazione secondo cui “ognuno paga solo le conseguenze del proprio peccato”. Punto.

Indubbiamente, qui manca qualcosa, vale a dire il peccato originale, e non possiamo rimuovere ciò che Ezechiele dice da quel contesto molto importante che è tutta la Rivelazione divina e la fede cattolica trasmessa dalla Chiesa, per la quale sì, paghiamo le conseguenze del peccato di un altro, cioè, quello di Adamo.

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Inoltre, secondo l’interpretazione dell’articolista, indubbiamente fuori contesto, lo stesso Nostro Signore avrebbe contraddetto i Concili di Cartagine, Orange, Trento, ecc., che insegnano come dogma di fede il peccato originale e la sua trasmissione da Adamo a tutti i suoi discendenti. Sì, giacché, secondo quanto suggerisce l’autore, Nostro Signore avrebbe detto che i mali dell’uomo nato cieco non avevano nulla a che fare con alcun peccato precedentemente commesso da qualcuno.

In realtà, Nostro Signore si limita a parlare lì del cieco e dei suoi genitori, in risposta a ciò che i discepoli gli hanno chiesto (“chi ha peccato, quest’uomo o i suoi genitori, per nascere cieco?”)

Sicuramente includere nei “loro genitori” i progenitori, Adamo ed Eva, per mettere Nostro Signore come sostenitore della tesi secondo cui “ognuno paga solo (“figuriamoci “) le conseguenze del proprio peccato”, sarebbe metterlo nientedimeno che in  contraddizione con San Paolo e con il Concilio di Trento, quando parlano del peccato originale. E sarebbe togliere quel passaggio non solo dal contesto della Scrittura, ma dall’intero contesto della Rivelazione divina trasmessa dalla Chiesa.

Per ovvie ragioni, Nostro Signore non avrebbe potuto dire “né lui ha peccato né i suoi genitori”, comprendendo “i suoi genitori” Adamo ed Eva.

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Per quanto riguarda il passaggio evangelico relativo alla torre di Siloe, è vero che Nostro Signore “contraddice la logica religiosa della stretta dipendenza tra colpa e punizione”?

Che non vi sia una stretta dipendenza tra colpa e punizione può significare due cose: 1) che ci può essere colpa senza punizione 2) che ci può essere punizione senza colpa.

La seconda sembra abbastanza ingiusta. Per quanto riguarda la prima, ovviamente non esiste una stretta dipendenza tra colpa e punizione, poiché Dio può perdonare e talvolta perdona i peccati.

Ma ciò non vuol dire che li perdoni sempre, neppure in questa vita.

Si veda in questo passo del Vangelo di s. Giovanni quanto Gesù dice al paralitico subito dopo averlo guarito:

Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio». 

Da questo testo possiamo desumere che ci sono mali in questa vita che sono causati da castighi per il peccato.

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In ogni caso, in questo passaggio evangelico si affermano due cose: che coloro che hanno sofferto queste disgrazie non erano più peccatori di quelli che non le hanno sofferte e che se non si convertono, moriranno tutti allo stesso modo.

Dice da qualche parte che quanti hanno sofferto quelle disgrazie non erano peccatori o che non le hanno sofferte per i loro peccati? Non penso che da tale passaggio possano derivare simili conclusioni.

La frase “se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”, con la quale termina questa pericope evangelica, può essere compresa secondo due diversi significati dell’avverbio “ugualmente”: o che tutti coloro che non si convertiranno periranno in un modo che sarà lo stesso per tutti oppure che tutti coloro che non si convertiranno periranno nello stesso modo in cui morirono i Galilei sotto Pilato o i gerosolimitani sotto la torre di Siloe.

Dal ritmo naturale del passo sembra chiara piuttosto la seconda interpretazione. In tal caso, tuttavia, sorgono difficoltà. Il Signore non sta ovviamente dicendo che saranno tutti uccisi presso l’altare sacrificale, come i Galilei, o che una torre cadrà su loro, come quelli di Siloe.

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D’altra parte, c’è indubbiamente un riferimento alla dannazione eterna implicito nel fatto che “tutti perirete”, ma allora il Signore sta dichiarando lì che tutti coloro che hanno subito quei due incidenti sono stati eternamente condannati?

Se questa è l’interpretazione, sicuramente è stata una punizione per loro morire in quel modo.

In effetti, anche in questa ipotesi, non si deve dimenticare che il perire eternamente è legato alla morte fisica che, quando avviene, è come la sua porta d’ingresso.

Se non interpretiamo il passo in questo modo, allora dobbiamo cercare una caratteristica comune di tutte quelle morti per cui ha senso minacciare quanti non si convertono, e che quindi siano diverse dalla semplice morte che, convertiti o meno, spetta a tutti.

Alcuni commentatori fanno riferimento alla natura improvvisa di quelle morti, che non ha dato il tempo di fare i conti con Dio.

Comunque, anche in questa ipotesi tale morte è stata una punizione per quelle persone. Ed è stata una punizione divina, perché Dio non ha voluto impedirla potendo farlo.

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Ma la vaghezza dell’articolista tocca il suo culmine quando parla dell’Apocalisse:

“Questo è un resoconto sommario di alcuni dei cataclismi che vengono enumerati nel capitolo 16 dell’Apocalisse. E di nuovo si potrebbe desumerne la chiara punizione divina inflitta a un mondo senza fede. Quel testo, infatti, riporta tante immagini pronte a essere riprese e usate per flagellare quel mondo al quale i moderni profeti di sventura si sentono così estranei. Ma è proprio questo ciò che il testo intende dire al nostro mondo moderno, che soffre alle prese con l’attuale pandemia?

Se lo si estrapola dal contesto, il testo perde il suo significato principale. Nel libro dell’Apocalisse, come del resto nelle profezie apocalittiche anticotestamentarie, si intrecciano tre elementi: discernimento, chiarezza di visione e risposta.

Il libro cerca di discernere i tempi, il passato e il presente, delineando chiaramente le forze schierate in questo mondo e la posta in gioco, che comporta mettersi dalla parte di Dio.

In questo discernimento, i contorni del futuro vengono delinea­ti con discrezione. Il libro offre una visione basata sulla profonda fede nel fatto che Cristo ha già vinto la battaglia, e alla fine sconfiggerà il male, anche se lo scontro durerà a lungo.

Infine, il libro richiede una risposta, che non si risolve in una cupa profezia di sventura. Piuttosto, tutto dipende da come i credenti trasformano la propria vita alla luce della consapevolezza che alla fine Cristo sarà vittorioso. Essi devono impegnarsi attivamente nel rendere testimonianza e a cambiare il mondo con risolutezza. È un appello ad agire, a contribuire a costruire il Regno attraverso l’imitazione di Gesù, mite agnello immolato per la salvezza del mondo.

Il libro dell’Apocalisse, posto alla fine del canone cristiano, ci spinge a una fede sempre più profonda, a una conversione sempre più profonda, a una sempre più profonda nostalgia del regno di Dio.”

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Ancora una volta i “contesti“, che danno origine a un effetto singolare che potremmo chiamare “la foresta che non permette di vedere gli alberi”.

Senza dubbio la foresta non s’identifica con nessuno degli alberi, ma senza alberi non c’è nemmeno foresta.

Nessuno pretende che il messaggio principale dell’Apocalisse (cioè, la foresta) sia la punizione divina. Ma non si afferma nell’Apocalisse che vi sono punizioni divine (gli alberi) già in questa vita?

Ciò che l’Apocalisse dice effettivamente, a grandi linee, è che gli immani disegni di Dio sulla storia sono stati rivelati all’autore da Cristo risorto, sotto la figura di un libro sigillato con sette sigilli, che l’Agnello sgozzato, Cristo nostro Signore, va aprendo man mano che si svolge la Rivelazione divina, la quale riguarda principalmente l’esito finale della storia dell’umanità e della Chiesa.

Un elemento centrale di tale storia è la persecuzione della Chiesa da parte delle forze del male, le quali si avvalgono di specifiche realtà storiche per attuarla, come a quel tempo era l’Impero Romano pagano e persecutore.

E il libro parla in modo inequivocabile della punizione dei persecutori da parte di Dio (che non si riduce solo alla punizione eterna dell’Inferno), e del giudizio che Egli eserciterà sul bene e sul male, prima dell’istituzione definitiva del Regno di Dio nella Gerusalemme celeste.

Ma c’è un modo di cercare il “messaggio principale” di un libro per cui si riesce a trasformarlo in un altro libro, ed è esattamente ciò che l’autore fa in questo caso con l’Apocalisse.

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E aggiunge ancora:

“Ai nostri tempi, l’Apocalisse ci ricorda che la Chiesa è chiamata a non assecondare una cultura dominante, intrisa di paura, di accuse, di chiusure e di isolamento. Se il mondo offre una visione del futuro costruita sulla paura, la Chiesa, invece, ispirandosi alla Bibbia e al libro dell’Apocalisse che la conclude, offre una prospettiva diversa, animata e fondata sulla certezza della Buona Notizia della vittoria di Cristo”. 

È curioso che parli d’isolamento, di chiusure e di paura.

Vorrà dire allora che l’OMS e le Nazioni Unite, che ci esortano a rinchiuderci, a isolarci, ci spingono ad avere paura oltre ad accusarci se non lo facciamo, sono qualcosa come la Bestia e il Falso Profeta?

Perché nella Chiesa molti, inoltre, fanno eco a tali richiami, e non sarebbe strano che alcuni di loro scrivessero persino sulla “Civiltà Cattolica”.

Inoltre, non crediamo che i cosiddetti “profeti di sventura” si interessino soprattutto di provocare paura. Piuttosto, sono loro ad avere paura dell’insensibilità del mondo odierno al peccato, perché l’assenza del senso del peccato è l’assenza del senso di Dio.

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Continua l’articolo della Civiltà Cattolica:

“Ciò significa che la nostra lettura della parola di Dio nella Bibbia deve tradursi in un messaggio di Buona Notizia che richiama alla conversione un mondo in crisi, non in un giudizio moralistico o in una profezia di sventura”.

Senza dubbio il moralismo è negativo, ma la “conversione” non ha stretti rapporti con la morale e il peccato? Se diciamo che il mondo di oggi deve convertirsi e pentirsi dei suoi peccati, stiamo necessariamente formulando un “giudizio morale” o una “profezia di sventura”?

Del resto, l’epidemia non è stata causata da quei “profeti di sventura” per darsi ragione. È semplicemente accaduta; e accaduta dopo l’abominevole escalation di peccati che ha caratterizzato gli ultimi decenni, fuori e dentro la Chiesa.

Non è colpa loro se è immensamente più difficile interpretarla come una ricompensa che come una punizione.

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L’articolo termina con una citazione di Papa Francesco, che si rivolge direttamente a Dio:

«Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri» (cfr 1 Cor 14,3).

Ora, come potrebbe esserci un nostro giudizio che non sia basato sul giudizio di Dio? Che valore avrebbe?

Come dice San Paolo:

“A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!”  (1 Cor 4, 3-4).

E anche san Giovanni:

“In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. (1 Gv 3, 19-20).

E se si tratta di raddrizzare il corso della nostra vita verso Dio, perché sicuramente abbiamo deviato dal sentiero a causa del peccato, possiamo farlo con il nostro giudizio, senza essere supportati dal giudizio divino?

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È da temere, inoltre, che il significato principale del coronavirus come punizione divina non consista neppure nell’epidemia stessa considerata nel suo seguito di morti e di sofferenze, ma soprattutto nel cambiamento radicale a livello personale, sociale, economico, politico, internazionale e persino etico e religioso che si sta cercando di compiere con il pretesto della peste.

Sono molti i segni che puntano nella direzione di un totalitarismo planetario della “nuova normalità”, che sembrano usciti dagli incubi di Orwell o Huxley, e per cui così tante produzioni hollywoodiane “distopiche” sembrano prepararci da decenni.

L’attività delle nazioni si è fermata, le loro economie sono gravemente danneggiate, le loro sovranità soggette alle opinioni dell’OMS e delle Nazioni Unite, dietro le quali si trova l’élite mondiale dei Rockefeller, Soros, Gates, Kissinger, ecc.; la regolamentazione e il controllo estremo della popolazione mondiale; la violazione dei diritti della Chiesa fino al divieto stesso ai fedeli di assistere alla Messa, favorita da decenni d’infiltrazione di pensiero “progressista”; la minaccia di “misure sanitarie” globali coercitive che finiscono per lasciare l’umanità nelle mani di coloro che vogliono innanzitutto ridurre drasticamente il loro numero, ecc., sono fatti che stanno di fronte a noi senza bisogno che nessuno venga a profetizzarli.

Chiediamo alla Vergine di Fatima d’intercedere per noi in modo che possa affrettare il giorno del compimento della sua promessa: “Infine il mio Cuore Immacolato trionferà”.

Fonte: Infocatolica, 15 Maggio 2020. Traduzione a cura di Fatima Oggi

© La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

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