Pinzette eucaristiche: la soluzione perfetta per la Comunione in tempo di pandemia

Ieri, domenica 24 maggio, sono finalmente riprese a Milano le Sante Messe in rito ambrosiano antico, nella bellissima chiesa di Santa Maria della Consolazione, di fronte al Castello Sforzesco. Per la durata dell’emergenza sanitaria saranno celebrate due Messe, anziché una, per permettere la partecipazione di tutti i fedeli tenendo conto delle norme sanitarie che impongono, tra l’altro, la cosiddetta distanza sociale. Ho scelto di andare a quella delle 8,30AM. Ci saranno meno persone, pensavo… Macché! Mezz’ora prima c’era già una lunga coda, gestita da un volontario che annotava le presenze per non superare il limite. Ce l’ho fatta per un soffio.

Arrivato il momento della Santa Comunione, mons. Francesco Braschi, dottore della Biblioteca Ambrosiana e grande specialista in liturgie orientali, ha spiegato che la Comunione sarebbe stata distribuita “secondo i modi della Tradizione in tempo di pandemia”, cioè con le pinzette. Grande trepidazione. Io conoscevo benissimo questo modo con cui Santa Madre Chiesa ha sempre distribuito la Santa Comunione a persone colpite da malattie infettive, oppure in tempo di pandemia per evitare i contagi. Finora, però, era stato per me semplicemente un tema di interesse culturale. Invece adesso avrei avuto l’opportunità di sperimentarlo di persona. Non nascondo che mi sono sentito un po’ come all’epoca della peste del 1576, nella quale San Carlo Borromeo si adoperò per diffondere l’uso delle pinzette nella Chiesa ambrosiana.

La pinzetta viene offerta al Celebrante su di una patena. Costui, dopo essersi sanificato le mani e indossato la mascherina, la prende e distribuisce la Comunione ai fedeli inginocchiati sulla balaustra. Essi devono aprire bene la bocca e mettere la testa all’indietro, come nei riti bizantini. La Particola viene lasciata cadere in bocca da una certa altezza, senza nessun tipo di contatto fisico fra il ministro e il comunicante.

Ho pensato: ecco il modo perfetto per dare la Comunione in tempo di pandemia! Da una parte si preservano la sacralità dell’atto e il rispetto dovuto all’Eucaristia, nella quale è veramente presente Nostro Signore Gesù Cristo nel Suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Va detto che le pinzette erano d’oro. D’altra parte, si adempiono perfettamente le regole sanitarie.

Tutti gli altri metodi lasciano a desiderare, sia dal punto di vista teologico/liturgico, sia da quello sanitario.

Lasciamo perdere l’idea di distribuire le Ostie consacrate in sacchetti di plastica individuali. Chi ha proposto una tale idiozia o ignora completamente la dottrina della Presenza Reale, oppure vuole proprio provocare sacrilegi a catena. Probabilmente entrambe le cose.

Resta la comunione sulla mano, la soluzione adottata dalla CEI. Da una parte, vi sono validissime ragioni teologiche che sconsigliano tale pratica, spiegate anche di recente in libri e saggi di noti teologi. Un primo punto riguarda la sacralità intrinseca dell’atto, che andrebbe affidato solo ai ministri consacrati. San Tommaso d’Aquino riassume magistralmente il problema:

“La distribuzione del corpo del Signore compete al sacerdote per tre motivi. Primo, poiché come si è detto egli consacra in persona di Cristo. Ora, come Cristo consacrò da sé il proprio Corpo, così da sé lo distribuì agli altri. Come quindi appartiene al sacerdote consacrare il corpo di Cristo, così appartiene a lui di distribuirlo. Secondo, poiché il sacerdote è costituito intermediario tra Dio e il popolo. Come quindi spetta a lui offrire a Dio i doni del popolo, così spetta a lui di dare al popolo i doni santi di Dio. Terzo, poiché per rispetto verso questo sacramento esso non viene toccato da cosa alcuna che non sia consacrata: per cui sono consacrati il corporale, il calice, e anche le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento. A nessun altro quindi è permesso di toccarlo, all’infuori di un caso di necessità: per esempio se stesse per cadere a terra o altri simili” (Summa Theologiae, Parte III, Quaestio 82, articolo 3).

Poi c’è il problema delle particole. Chi ha accolitato una Messa – come il sottoscritto – sa benissimo che dall’Ostia cadono piccoli frammenti, a volte quasi invisibili. Ebbene, è dogma di Fede che in ognuna di esse c’è il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Ecco perché, dopo aver distribuito l’Eucaristia, il sacerdote deve avere molta cura nel purificare le mani, i vasi sacri, la patena, il corporale, ecc. Una cura che i fedeli non hanno, spesso portandosi via appiccicate alla mano delle piccole particelle che vanno a finire chissà dove. Conseguenza: la Comunione sulla mano è occasione prossima – direi quasi certa – di sacrilegio.

Anche tralasciando l’aspetto teologico/liturgico (di fatto, il più importante) va detto che anche dal punto di vista sanitario la Comunione sulla mano è più pericolosa. Gli studi scientifici mostrano, infatti, che la mano è la parte del corpo di gran lunga più esposta ai virus. Ecco perché si consiglia di disinfettarle spesso. “La Comunione più sicura è quella sulla lingua rispetto a quella sulla mano. Le mani toccano tante cose. Sulla mano in definitiva è più contagiosa”, afferma il prof. Filippo Maria Boscia, Presidente Nazionale dei Medici Cattolici.

Allora, se sia dal punto di vista teologico e sia da quello sanitario sarebbe meglio amministrare la Santa Comunione in bocca – con le pinzette, come tradizionalmente ha fatto la Chiesa – perché ci si ostina nel darla sulla mano? Vien da pensare che vi sia dietro un preciso motivo ideologico. Questo, però, è tema per un altro articolo.

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