Perché un editorialista pro-aborto afferma che il movimento abortista è a brandelli

John Horvat IIÈ sempre bello ascoltare quando le femministe favorevoli all’aborto parlano schiettamente dello stato in cui si trova il loro movimento. Rivela la debolezza dell’avversario e aiuta a dissipare il mito dell’invincibilità della sinistra.

Un recente editoriale del quotidiano britannico The Guardian è rivelatore. L’autrice è Jessa Crispin, corrispondente dagli Stati Uniti per il giornale ed ex dipendente di Planned Parenthood (ndt, la più grande organizzazione abortista del mondo), che ha lavorato in una sede della lobby nel Texas per circa cinque anni. Lei si lamenta amaramente che “il movimento a favore dell’aborto (pro choice) è a brandelli” e “Planned Parenthood è parte del problema”.

Molto di ciò che dice l’autrice non è nuovo. La dura situazione del movimento pro aborto si riflette nel crescente numero di cliniche chiuse (1.707 dal 1991) e nel anch’esso crescente numero di giudici federali che emanano sentenze ostacolanti. Tuttavia, la giornalista trae due conclusioni molto importanti che tutti i pro-vita devono conoscere.

 

Planned Parenthood = Movimento pro-aborto

La sua prima osservazione è che il movimento pro aborto in America è quasi co-identico a Planned Parenthood. Non esiste quasi nulla fuori dall’ombra di questo enorme e redditizio colosso non profit. Non solo Planned Parenthood effettua la maggior parte degli aborti a livello nazionale, ma è anche il leader politico del movimento, la sua potenza economica e il suo centro mediatico.

La cattiva notizia è che Planned Parenthood è ben finanziato, ha tutti gli agganci giusti ed è fortemente consolidato. La buona notizia invece è che Planned Parenthood è l’unico attore sul palcoscenico. Quando declina il gigante dell’aborto, declina pure l’intero movimento abortista. E la sua brutta reputazione scredita gli altri.

E non c’è nulla per sostituirlo. Non esiste un piano B.

La scrittrice del quotidiano abortista The Guardian denuncia Planned Parenthood come un movimento decadente, che si è unito all’establishment liberal, perdendo la sua passione movimentista e assumendo l’autocompiacimento di una ONG multimiliardaria. La signora Crispin afferma che Planned Parenthood è “preoccupata di socializzare con i potenti, pagando i manager delle sezioni regionali con stipendi a sei cifre, facendo gesti simbolici e inventandosi slogan accattivanti per vendere magliette”. Questo pesante Golia burocratico si è specializzato nella raccolta fondi mediante gala con celebrità al fine di perpetuare la sua esistenza e conforto.

 

Così si perde la guerra sul campo

Questa seconda osservazione è molto rivelatrice. Tutte le guerre, anche le guerre culturali, hanno bisogno di stivali sul campo di battaglia. L’autrice dell’articolo si lamenta che il movimento non sia sostenuto a livello di base. Mentre i pezzi grossi di Planned Parenthood socializzano con le figure dell’estabilishment, gli attivisti pro-life pregano il Rosario fuori dagli abortifici, promuovendo leggi statali, chiudendo cliniche e sviluppando vaste reti di attivisti di base.

 La mancata organizzazione sul territorio significa che l’accesso all’aborto continua a diminuire ovunque. Mentre la dirigenza dell’organizzazione nazionale senza fini di lucro prende le luci della ribalta i suoi abortifici locali sono spesso sottofinanziati e a corto di personale. Ad esempio, una lettera inviata da un collettivo del personale di Planned Parenthood della Grande New York al Consiglio dell’organizzazione ha accusato la leadership di “comportamenti offensivi e malefatte finanziarie”, nonché di “razzismo sistemico”. Le cliniche chiudono costantemente a causa di cattiva gestione, per gli ambienti tossici di lavoro e per l’attivismo dei pro life.

Più importante ancora, il movimento sta fallendo perché non riesce a sintonizzarsi con la nazione. L’autore lamenta che lo slogan “‘Il mio corpo, la mia scelta’ è quanto di migliore i nostri leader abortisti sembrino essere in grado d’inventarsi per proteggere i nostri diritti”. Slogan così scarni non riescono a articolare un messaggio coerente che renda “chiaro ciò che c’è in gioco”.

 

Grandi sacche dell’America non sono abortiste

La signora Crispin si lamenta amaramente (mentre i pro-life se ne rallegrano) che, in barba al fatto che il movimento si autoproclami in favore della scelta dell’aborto, vaste aree della nazione rimangano senza questa scelta nonostante la decisione Roe versus Wade. Molte potenziali vittime non possono permettersi l’esorbitante tariffa di Planned Parenthood da 400-600 dollari. In Sei Stati sopravvive appena una clinica, un fatto che effettivamente rende l’aborto impraticabile nelle aree periferiche.

“Non c’è scelta quando la clinica più vicina si trova a 400 miglia di distanza, non possiedi un’auto e sono passati 80 anni da quando Amtrak (ndt, le ferrovie) non c’è più nella tua città”. D’altra parte, ciò che peggiora le cose è che molte femministe della Gen-Z sembrano indifferenti alla lotta sul campo. Gli attivisti liberali di questa fascia d’età non vedono la questione dell’aborto come urgente e sono coinvolti in altri problemi sociali o ecologici ritenuti più urgenti.

Inoltre, il movimento pro-vita è anche riuscito a dare a Planned Parenthood la sua cattiva fama.

 

Due lezioni da conservare 

L’articolo del Guardian contiene due lezioni per gli attivisti pro-life. La prima è che avere un’unica organizzazione monolitica con un budget enorme ha i suoi svantaggi. Infatti, Planned Parenthood soffre la sua struttura verticistica e burocratica che s’impantana facilmente risultando ingombrante. Le sue soluzioni socialiste di taglia unica per tutti sono oppressive e il non profit consente poca concorrenza.  La difficile situazione di Planned Parenthood è molto diversa dalla stimolante e organica varietà delle organizzazioni pro-vita, numerose, agili, adattabili. Se un gruppo pro-vita fallisce, altri chiudono la breccia. 

La seconda lezione è che le strutture organizzative non sono sufficienti per avere successo; essenziale è l’elemento umano. Il movimento in favore della vita ha successo perché ha trasformato l’aborto in un dibattito morale che si riverbera nel cuore delle persone. Le candenti questioni morali risuonano perché parlano di valori trascendentali e alla fine di Dio stesso.

Jessa Crispin ha ragione. Il movimento pro aborto è oggi “a brandelli”. Questo si deve al fatto che Planned Parenthood non è riuscito a tenere fuori dal dibattito la dimensione morale del problema. Ora patisce l’assenza di un messaggio morale e può esprimersi solo nei termini secolari della fine terrena che termina. Per ora, il movimento abortista Planned Parenthood può imporre con la forza legale il suo programma, ma è privo di un’anima. Non potrà vincere la battaglia morale che ora segna il dibattito e che ispira l’agire di così tanti militanti in favore della vita.

Fonte: tfp.org, 20 Luglio 2020

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