I dimenticati diritti di Dio e dei fedeli

Dopo le recenti esternazioni di Bergoglio in materia di unioni omosessuali si è tornati a pronunciare spesso, anche da parte di esponenti della Chiesa, la parola “diritto”. Ci sarebbe un diritto degli omosessuali a vedere tutelata legalmente la loro unione, ci sarebbe un loro diritto ad avere figli, ci sarebbe un diritto a formare una famiglia.

La Chiesa (a volte a proposito, a volte a sproposito) si occupa spesso dei diritti delle persone, ma sembra trascurare quelli che, in fondo, sono i diritti che più dovrebbero starle a cuore: il diritto che Dio ha di ricevere il culto nelle forme dovute e il diritto che i fedeli hanno di essere guidati in modo coerente dai pastori, in linea con la dottrina di sempre.

Circa i diritti di Dio, vediamo quanto lo spettacolo sia degradante. Se già prima del Covid la liturgia era spesso oltraggiata e ridotta a happening, ora, in tempi di pandemia, abbiamo avuto prima le Messe vietate e poi le Messe igienizzate, con una serie di conseguenze (divieto di ricevere Gesù Eucaristia sulla bocca, divieto di inginocchiarsi) che hanno ancor più svilito l’azione liturgica e dimenticato del tutto il diritto divino.

Circa i diritti dei fedeli, le continue giravolte e l’ambiguità ormai manifesta del magistero di Bergoglio fanno tutto tranne che confermare i fratelli nella fede. Almeno da Amoris laetitia in poi, passando per la Laudato sì, la Dichiarazione di Abu Dhabi, il sinodo amazzonico, la pachamama e adesso l’enciclica Fratelli tutti (solo per ricordare le tappe salienti), i fedeli sono stati sottoposti a una continua destabilizzazione, che li lascia sconcertati, disorientati, dubbiosi e anche tristi.

Il papa che ama tanto le periferie dovrebbe andare nelle parrocchie e ascoltare un po’ la gente. Dopo le frasi contenute nel film Francesco sugli omosessuali, sono moltissimi i fedeli che, ormai completamente confusi, si chiedono: ma dobbiamo davvero seguire il papa lungo questa strada? E così era stato con l’Amoris laetitia in materia di comunione ai divorziati risposati, così con la Laudato sì in materia di rapporto tra uomo e ambiente, così con Abu Dhabi circa la volontà divina e le diversità tra le religioni, così con il culto tributato in Vaticano all’idolo chiamato pachamama, così con l’idea di fraternità contenuta in Fratelli tutti, più vicina a quella della massoneria e dell’Onu che a quella cristiana.

Da molto, troppo tempo ormai Pietro non conferma i fratelli nella fede, ma conferma i lontani nel loro errore (ricevendone in cambio l’applauso) e confonde i fratelli, lasciandoli in balia dello sconcerto e del turbamento.

E pensare che Bergoglio, a parole, prende tanto spesso le difese del popolo e dice che in esso c’è addirittura una teologia. E allora? Perché non fa che sconcertarlo e confonderlo?

Nel Codice di diritto canonico è scritto che “i fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti”. E che “i fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa”.

Già, ma se i maestri della fede parlano in modo ambiguo, o dicono cose palesemente in contrasto con la fede che ci è stata trasmessa da generazioni, come si deve comportare il fedele? Fin dove può arrivate l’obbligo di obbedienza? Come pretendere che un fedele possa obbedire a ciò che è palesemente contrario alla fede cattolica e alla retta dottrina?

Il Codice, in un altro canone, stabilisce che “i fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri” e che “in modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone”. Ma la maggior parte dei fedeli non ha una preparazione specifica e comunque si sente in imbarazzo quando si tratta di manifestare il proprio turbamento.

Faccio riferimento al Codice non per ridurre il tutto a una faccenda di norme, ma per sottolineare che la Chiesa si è sempre posta il problema.

Alle prese, come siamo, con questa pandemia, e quindi già sbandati e in difficoltà per tanti motivi, sarebbe assai caritatevole da parte dei pastori ricordarsi dei diritti di Dio (Deus non irridetur!) e dei diritti dei fratelli a essere confermati in quella fede che, sola, può fornire gli anticorpi che più contano: quelli spirituali.

Fonte: La Verità, 31 Ottobre 2020

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