Povertà e disuguaglianze, cosa pensarne?

Chi ha conosciuto il mondo comunista sa che esso è contrassegnato, oltre che dal carattere dittatoriale dei regimi, dal grigiore della vita quotidiana: scarsa illuminazione, manutenzione inesistente, palazzi fatiscenti, alimentazione scadente, scaffali vuoti, abbigliamento scialbo, poca scelta di divertimenti, assenza di beni superflui e via dicendo.

Questo grigiore è conseguenza ovvia del fallimento economico dei regimi comunisti. Ma ubbidisce anche a un preciso disegno filosofico. Il sistema comunista è fatto per indurre all’indolenza. Fuori dai pochi privilegiati della nomenklatura, nessuno ha il diritto di assicurarsi un maggiore benessere in conformità al sistematico aumento quantitativo e qualitativo del proprio impegno. Ciò per il principio totalitario dell’uguaglianza: nessuno può avere più dell’altro, affinché non ci sia nessuna “alienazione”. E l’unico modo perché tutti siano uguali è che tutti siano poveri. Poveri tutti, appunto. Poveri e uguali.

Questo egualitarismo è la chiave per comprendere l’ultima enciclica di Papa Francesco e, presumibilmente, l’evento internazionale “The Economy of Francesco” che partirà domani. La povertà è il mezzo. L’obiettivo è l’egualitarismo.

Secondo il noto teologo della liberazione, ora autoproclamato “ecoteologo” Leonardo Boff, oratore principale de “L’Economia di Francesco”, il succo dell’enciclica Fratelli tutti è il passaggio dal concetto di “signore” a quello di “fratello”. ” In un saggio che anticipa la sua conferenza, Boff afferma che Papa Francesco vuole cambiare l’attuale paradigma mondiale – basato sulle “disuguaglianze in ogni campo” – introducendo un nuovo paradigma basato su una “fraternità universale”, cioè una “fraternità di uguali”. 

Questo egualitarismo è così profondo che, sempre secondo Boff, anche le leggi della natura dovrebbero recedere, poiché riflettono il potere travolgente di un Dio che governa, che, in questa logica, è la fonte di tutte le “alienazioni” e, quindi , la realtà ultima che deve essere cancellata.

Naturalmente, cancellare Dio del tutto sarebbe un po’ troppo scioccante. Quindi s’inizia dissolvendo la sua natura trascendentale, ritenendolo piuttosto come un’energia o un fluido che circola nella creazione. La percezione immediata e sensoriale di questa energia, secondo Boff, genererebbe la “fraternità universale” proposta da Papa Francesco. In un altro saggio, il teologo brasiliano della liberazione spiega che questo cambio di paradigma è caratterizzato dal passaggio dal “dominio del logos” a quello dell’“eros”. Inoltre, proporre l’ideale di povertà per tutti – al fine di indurre l’uguaglianza – anch’esso sarebbe un po’ troppo scioccante. Quindi si parte dalla manipolazione del concetto di consumo in un modo che promuove il pauperismo. Questa manipolazione è iniziata ben prima di papa Francesco. Come spiega Padre Luigi Taparelli d’Azeglio nel suo Saggio Teoretico di Diritto Naturale, Dio ha creato l’uomo con delle facoltà e delle tendenze che la stessa natura umana è portata a voler appagare. Questo costituisce il suo bene. Questo impulso è consustanziale alla sua natura e lo conduce verso lo scopo per cui è stato creato. Scopo materiale – conservazione e sviluppo del suo corpo – e scopo spirituale – sviluppo del suo intelletto e della sua anima, che deve tendere verso il Bene assoluto: “Un essere sarà perfetto quando si condurrà al termine prefissogli dalla sua natura – materiale e spirituale – colle facoltà dategli dalla natura medesima”.

Per raggiungere il suo scopo – sia materiale sia spirituale – l’uomo ha bisogno di consumare. Lungi dall’essere una parolaccia, come affermano certe scuole moderne, perfino in campo cattolico, il consumismo temperato è conditio sine qua non perché l’uomo possa raggiungere lo scopo per cui è stato creato da Dio. E, come ogni cosa creata da Dio, facendo bene all’uomo si fa bene anche all’economia.

Che cosa significa consumare? La prima idea che viene in mente è quella del mangiare, significato certamente compreso nel concetto di consumo. Tuttavia, significa anche avere nella vita altre soddisfazioni, non necessariamente da miliardario, che danno all’uomo un benessere rapportato alle appetenze della sua natura. Il concetto di consumo abbraccia l’insieme delle appetenze proprie della natura umana.

Per esempio, nell’ambito del consumo possono esserci dei beni che in nessun modo sono indispensabili a saziare la fame, né a rigore sono indispensabili per vivere: teatri, musei, bei monumenti, biblioteche e via dicendo. Quindi, il concetto di consumo include tutto ciò che è indispensabile alla sopravvivenza, ma anche tutto ciò che è conveniente, e perfino superfluo, e che rende la vita gradevole.

Se una signora acquista una miniatura di porcellana, avrà consumato. Una coppia sposata che va alla Prima della Scala per godersi un’opera avrà fatto un consumo culturale. Un fedele che assiste a una bella messa in latino avrebbe fatto una consumazione spirituale.

Oggi, tuttavia, sta emergendo una nuova tesi che tende al socialismo. Troviamo questa tesi, ahimè, in recenti documenti pontifici. Dato che alcuni hanno molto e altri hanno poco, è necessario che i primi tengano solo l’essenziale, dando il superfluo ai secondi. Secondo questo pregiudizio anti-consumista, l’uomo non deve possedere ciò che non è essenziale alla vita. Nessuno dovrebbe spendere in beni di lusso o anche in beni di comfort.

Quale è il risultato di un simile ragionamento? In una società in cui nessuno trae vantaggio dal lavorare più degli altri… nessuno lavorerà più degli altri! Sarà una società organizzata a beneficio dei pigri e a scapito dei buoni lavoratori. In una tale società scompare prima l’abbondanza, poi anche il conveniente, e alla fine pure il necessario…

Per stimolare chi lavora di più bisogna dargli il dovuto compenso. Così la società trae beneficio dai più capaci, dai più efficienti, dai più produttivi, in una parola dai migliori. Diversamente, la società deperisce, cade nell’anticonsumismo preconcetto, scivola nella povertà cronica, tende in ultima analisi alla barbarie.

Questa tesi si applica non solo ai rapporti fra le classi sociali ma anche alla scena internazionale. Si dice che ci sono Paesi “consumisti”, gli Stati Uniti e l’Europa in primis, e Paesi cui manca il conveniente e a volte anche il necessario. Le nazioni ricche, secondo questa visione, sfruttano e opprimono quelle povere. Le nazioni sfruttate dovrebbero sferrare una controffensiva ai danni del mondo consumista, costringendolo ad abbassare il livello dei suoi consumi e ad appiattirsi sui livelli del mondo povero. Di nuovo: Poveri Tutti. Uguali tutti.

Di fronte a questo anticonsumismo retrogrado dobbiamo propugnare un consumismo ragionevole, ponderato, in cui le classi e le nazioni ricche, lungi dall’imporre condizioni di vita inaccettabili a quelle più povere, cerchino di stimolarle nella produzione, spingendole verso un sano consumismo che stimoli la loro economia. Non c’è nessun motivo per cui le formule che hanno avuto successo altrove non possano essere replicate.

Questa glorificazione dell’indolenza è propria del socialismo e del comunismo, non della civiltà cristiana e della dottrina sociale della Chiesa.

 

Intervento pronunciato al covegno online “Poveri Tutti. All’economia fa bene la conversione, non l’utopia”. Per visionarlo cliccare qui

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