L’opera di carità di mons. Eugenio Pacelli Durante la Guerra Mondiale

La figura del Ven. Pio XII è solitamente accostata alle tragiche vicende della II Guerra Mondiale, ma il suo slancio eroico di carità ebbe modo di manifestarsi già durante quella che fu definita “l’inutile strage” della Grande Guerra.

Per introdurre l’argomento, credo opportuno innanzitutto rammentare alcuni dati relativi alla biografia di Eugenio Pacelli.

Eugenio Pacelli nacque a Roma il 2 marzo 1876 dall’Avvocato Filippo e da Virginia Graziosi.

Dopo gli studi liceali, condotti presso il Regio Liceo Ginnasio “Ennio Quirino Visconti”, manifestò la sua corrispondenza alla vocazione al sacerdozio, che da tempo coltivava, e nell’autunno del 1894 venne accolto al Collegio Capranica.

Per motivi di salute però non poté proseguire la vita in collegio, per cui continuò gli studi come chierico esterno, frequentando sia l’Ateneo Pontificio di Sant’Apollinare sia l’Università Statale.

Mi piace ricordare che anche Giacomo della Chiesa, dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita nel 1875 presso l’Università di Genova, era stato per 3 anni alunno presso il Collegio Capranica.

Il 5 febbraio 1899 fu ordinato diacono e il giorno di Pasqua dello stesso anno, il 2 aprile, sacerdote.

Oltre alla Laurea in teologia, conseguì la Laurea in utroque iure, mentre, ancora per problemi di salute, non completò gli studi presso l’Università statale.

Già prima di terminare gli studi comunque, nel 1901, venne assunto, per interessamento di Mons. Pietro Gasparri, presso la Segreteria di Stato, acquisendo rapidamente sempre maggiori responsabilità: nel 1903 fu nominato minutante presso la Sacra Congregazione degli Affari straordinari e, nel febbraio del 1914, fu nominato Segretario della stessa Congregazione, iniziando a interessarsi dell’argomento che era stato oggetto del suo dottorato in diritto canonico, ossia i concordati tra la Santa Sede e i governi nazionali.

In particolare all’epoca di dedicò a predisporre il Concordato tra la Santa Sede e la Serbia, firmato nel giugno del 1914.

Gli inizi del servizio di Mons. Pacelli presso la Curia Romana risalgono quindi al Pontificato di Leone XIII, per proseguire sotto S. Pio X, ma sarà sotto Benedetto XV, eletto il 3 settembre 1914, che riceverà gli incarichi più gravosi, anche perché quello che era stato il suo maestro, Pietro Gasparri, sarà chiamato dal nuovo Papa a ricoprire l’incarico di Segretario di Stato.

L’elezione di Benedetto XV coincise con l’inizio della Prima Guerra Mondiale.

Nella sua prima Enciclica, Papa Della Chiesa lamentava il terribile spettacolo offerto dal conflitto, “il più tetro e il più luttuoso nella storia dei tempi” e, di fronte ad esso, egli rivendicava un ruolo di “padre e amico di tutti”, invitando i governi alla pace.

Una delle prime imprese di Benedetto XV fu la creazione di un ente internazionale di soccorso per le vittime della guerra di tutti i paesi, la cui organizzazione fu affidata proprio a Mons. Pacelli.

Nel 1915 fu istituita in Vaticano l’Opera dei prigionieri per la ricerca delle persone scomparse, per l’aiuto e il rimpatrio dei prigionieri di guerra malati, e per lo scambio di corrispondenza tra i prigionieri e le loro famiglie.

Non costa fatica pensare che queste prime esperienze di soccorso umanitario costituirono, per così dire, per Pacelli, la “palestra” in cui si esercitò per quando, in occasione del secondo e più terribile conflitto mondiale, sarebbe stato chiamato, in prima persona, a dar vita ad opere e strutture analoghe, come appunto l’Ufficio ricerche e prigionieri, o l’Opera di assistenza o l’Ente per la distribuzione dei soccorsi.

Segno della stima di Benedetto XV nei confronti di Mons. Pacelli fu l’incarico affidatogli nel gennaio del 1915 presso l’Imperatore austriaco Francesco Giuseppe, nel tentativo di tenere l’Italia fuori dalla Grande Guerra.

In estrema sintesi, il progetto, di cui Pacelli si faceva latore, prevedeva che l’Austria cedesse il Trentino al Vaticano, che l’avrebbe a sua volta offerto all’Italia ottenendone in cambio adeguate compensazioni in grado di chiudere il contenzioso aperto nel 1870 con la presa di Roma.

La Germania e l’Austria si sarebbero fatte garanti dell’autonomia e della libertà della Santa Sede.

Mons. Pacelli fu accolto dall’imperatore con ogni onore, ma non ottenne altro che l’assicurazione che la proposta sarebbe stata attentamente considerata.

Solo dopo diversi mesi l’Austria sarebbe giunta a più miti consigli, ma a quel punto le pretese del Governo di Roma erano aumentate, abbracciando non solo il Trentino, ma anche il Sud Tirolo.

In questi anni Eugenio Pacelli doveva sperimentare la grande difficoltà dell’opera diplomatica, e soprattutto la delicatezza della posizione della Santa Sede, spesso oggetto di incomprensione o di strumentalizzazione.

Ad esempio, allorquando Benedetto XV con una nota al Governo belga del gennaio del 1915 condannò la violazione tedesca della neutralità del Belgio, scoppiò in Germania una reazione violentissima, tanto che lo stesso Benedetto XV in una successiva allocuzione, ritenne prudente proclamare la condanna di ogni ingiustizia o atrocità, da qualunque parte fosse stata commessa.

Non posso soffermarmi sui molteplici tentativi diplomatici del Vaticano, a cui partecipò Mons. Pacelli, ad esempio la mediazione per una pace separata tra Germania e Francia.

Prima di arrivare alla nomina di Eugenio Pacelli alla Nunziatura di Monaco di Baviera, mi piace ricordare un episodio relativo al rapporto del futuro Papa Pio XII con gli Ebrei.

Pochi giorni prima della sua consacrazione episcopale, Mons. Pacelli fu intermediario di un colloquio tra Benedetto XV e l’Ing. Nahum Sokolow, dirigente del Movimento Sionistico che si batteva per la nascita dello Stato d’Israele in Palestina, colloquio la cui cordialità è attribuita dallo stesso Sokolow all’interessamento di Pacelli, come anche Benedetto XV ebbe a riconoscere.

Ciò non significa che Pacelli approvasse tutte le istanze sionistiche, ma indica un atteggiamento di attenzione, di cortesia, che è l’opposto di qualsiasi sentimento antisemita.

E arriviamo ora alla nomina di Eugenio Pacelli quale Nunzio a Monaco di Baviera.

La sede era, per così dire, strategica, anche perché dopo l’entrata in guerra dell’Italia, i rappresentanti diplomatici di Austria, Prussia e Baviera si erano trasferiti in Svizzera: tra la Santa Sede ed il Reich tedesco non c’era alcun rapporto diplomatico (solo nel 1920, e grazie all’attività diplomatica di Pacelli, si stabiliranno rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Berlino).

La nomina di Pacelli inizialmente stentava in quanto il Card. Gasparri non voleva privarsi del suo più valente collaboratore, di quello che definiva il suo “braccio destro”, ad esempio nella questione dei lavori per il Codice di Diritto Canonico, che sarà promulgato il 27 maggio 1917.

D’altra parte, Benedetto XV temeva di “bruciare” Pacelli, la cui nomina avrebbe voluto riservare per la fine della guerra.

Ma la morte improvvisa di Mons. Giuseppe Aversa, nell’aprile del 1917, dopo soli tre mesi di servizio, renderà pressoché inevitabile, nonostante il dispiacere di Gasparri, la nomina di Eugenio Pacelli, nomina che ricevette rapidamente il gradimento del Re Ludovico III di Baviera e che venne formalizzata il 20 aprile.

Il 13 maggio 1917 Eugenio Pacelli venne consacrato Vescovo nella splendida cornice della Cappella Sistina personalmente dal Papa.

   Pochi giorni dopo egli partiva per Monaco di Baviera.

Circa questo viaggio, si può citare un episodio che ha fatto discutere gli storici, ma che ora sembra definitivamente chiarito.

Parallelamente al salvacondotto personale sino alla frontiera svizzera, Pacelli ottenne la spedizione internazionale di un carro sigillato fino a Zurigo, contenente un gran numero di casse di viveri e di vettovaglie.

Ora, considerato lo stile di vita di Pacelli, e soprattutto la sua rigorosissima dieta, anche per motivi di salute, è logico pensare (e ora i documenti lo confermano) che tutti quei viveri e quelle vettovaglie non servissero a lui, ma ad altri, molto probabilmente anche alla Nunziatura a Vienna, che si trovava in grave difficoltà, o comunque a quanti potessero avere bisogno.

Alla fine di maggio Pacelli presentava le sue credenziali al Re Ludovico III e il suo primo discorso, pronunciato in buon tedesco, riscosse subito successo.

Anche se Pacelli è Nunzio presso il Regno di Baviera, la sua vera missione in quel momento è di rappresentare le istanze di Papa Benedetto presso il Kaiser Guglielmo II, con il quale, come si è detto, la Santa Sede non intratteneva rapporti diplomatici.

Il 26 giugno 1917 Pacelli viaggiava alla volta di Berlino per incontrare il Cancelliere Von Biethmann – Hollweg e due giorni dopo lo stesso Guglielmo II.

Va detto che già il 12 dicembre 1916 le potenze della Triplice Alleanza avevano formulato un appello per la pace, così anche nel gennaio 1917 il Presidente americano Wilson aveva esposto un programma per raggiungere l’obiettivo della pacificazione: si trattava, in entrambi i casi, di proposte molto generiche e vaghe, destinate al fallimento.

La proposta di cui Pacelli era latore era invece molto concreta: si chiedeva al Reich l’evacuazione del Belgio e la restituzione a quella nazione della totale sovranità.

Il colloquio con il Cancelliere fu positivo e manifestava una disponibilità della Germania, soprattutto per quanto riguarda la restituzione al Belgio della sua autonomia e la restituzione alla Francia di alcuni territori di Alsazia e Lorena.

Ben diverso purtroppo fu l’esito dell’incontro che avvenne con Guglielmo II: lo stesso Pacelli inviò una dettagliatissima relazione al Card. Gasparri, nella quale tra l’altro descrisse il suo interlocutore “come esaltato e non del tutto normale”.

D’altra parte Guglielmo II, alcuni anni dopo, ormai decaduto, nelle sue Memorie definì Pacelli come “un uomo distinto, simpatico, di alta intelligenza e di una perfetta cortesia”.

Lo stesso Guglielmo II volle poi accreditare l’immagine di un Pacelli che sarebbe rimasto impressionato dal suo eloquio e dai suoi argomenti, ma, come si è visto, nella relazione che egli mandò al Segretario di Stato, ben altro appare il giudizio che ne diede.

Non posso qui soffermarmi su tutti passaggi dell’azione diplomatica di Pacelli, che ebbe modo anche di incontrare Carlo I d’Asburgo, di passaggio a Monaco, così come di ricevere l’invito del nuovo Cancelliere a Berlino Michaelis, al quale presenterà il 24 luglio un promemoria relativo ai contenuti della proposta di pace di Benedetto XV.

Nonostante una certa disponibilità del Cancelliere, così come del Reichstag, continuava a sussistere la difficoltà rappresentata da Guglielmo II, il quale era sempre più dominato dagli ambienti militari, decisi alla guerra ad oltranza.

Non mi soffermo sulla celebre Nota di pace ai “Capi dei popoli belligeranti” datata 1 agosto 1917, ma inviata il 9 agosto e dall’esito, come sappiamo, purtroppo, non positivo.

Mi sono soffermato sull’attività diplomatica del Nunzio Pacelli, ma la sua missione abbracciava anche un altro aspetto, ossia quello umanitario.

Se sotto l’aspetto diplomatico, come si è visto, tanti furono gli insuccessi, dovuti a molteplici fattori, soprattutto all’egoismo di chi, di volta in volta, pensava di avere la vittoria in pugno, e perciò non esitava mandare a morte centinaia di migliaia di giovani, oppure al pregiudizio ideologico e politico, sotto quello umanitario si può dire che non siano mancati i risultati positivi.

Egli visitò innanzitutto i campi di prigionia, tra i quali quelli di Halle, Celle, Ellwagen, Munster, Ratisbona, cercando di portare conforto alle migliaia di prigionieri di guerra lontani dai loro paesi e dalle loro famiglie.

Nonostante i sentimenti anticlericali di molti ufficiali, ad esempio di quelli francesi, alla fine tutti rimanevano commossi dalle sue parole e dalla sua bontà.

Pacelli non si limitava alle parole, ma consegnava i pacchi appositamente inviati dal Vaticano, in nome di Papa Benedetto, pacchi contenenti viveri, ma anche maglieria di lana, medicinali e generi di conforto.

Tra le carte dell’archivio privato di Eugenio Pacelli sono conservate decine di fotografie riguardanti le visite del Nunzio ai campi di prigionia, immagini che ritraggono il giovane Arcivescovo mentre rivolge il suo saluto agli internati, e quando conversa singolarmente con alcuni di loro, assumendo le informazioni, prima o dopo aver distribuito i preziosi pacchi.

Al di là dell’opera di sostegno materiale e di conforto spirituale, il Nunzio si prodigava nella raccolta di notizie sui militari prigionieri da inviare alle famiglie, attività che, come si è accennato, costituirà il grande impegno dell’Ufficio informazioni durante la Seconda Guerra Mondiale.

Noi abbiamo il resoconto di un discorso pronunciato da Mons. Pacelli in occasione della visita al campo di prigionia di Ellwagen ai prigionieri italiani: ad essi, tra l’altro, diceva: “ci unisce il ricordo soave della diletta Patria lontana; ci unisce il cocente desiderio nostalgico della bella Italia, da cui vi separò non la viltà, che non alberga in cuore italiano, ma l’aspra vicenda della guerra”.

Il discorso di Pacelli sottintendeva l’accusa che da alcuni ambienti militari italiani veniva rivolta ai prigionieri, ossia di essersi vilmente arresi al nemico, soprattutto in occasione della ritirata di Caporetto.

Per questo i prigionieri non ricevevano aiuti dal nostro governo, in quanto considerati alla stregua di traditori: era quindi solo la Chiesa a confortarli materialmente ma soprattutto moralmente.

Un testimone, presente a quel discorso, ricorda che alle parole del Nunzio “scoppia un urlo che fa tremare la baracca. Tutti gli ufficiali, in piedi, si protendono verso l’austera figura del Nunzio. Viva l’Italia! si grida…..chi agita le braccia, chi piange, chi getta baci al Nunzio. Egli, eretto e fiero nella persona, calmo e sereno, volge lo sguardo pensoso, velato di malinconia, su quella folla di cui ha fatto vibrare le più intime fibre del cuore”.

Insomma, seppure a grandi linee, spero di aver illustrato come l’opera di Mons. Pacelli durante la Prima Guerra Mondiale, in perfetta aderenza alle indicazioni che gli venivano da Papa Benedetto XV, si sia svolta su un doppio binario: quello diplomatico e quello umanitario.

Sarà questo anche il doppio binario che egli seguirà come Pontefice nelle non meno difficili circostanze del Secondo Conflitto Mondiale, che affrontò con la più grave responsabilità di Pontefice, ma anche – ribadiamo – allenato dall’esperienza del primo.

A me piace definire Pio XII il Papa della carità, e in questo periodo dell’anno in cui ci prepariamo a celebrare il mistero d’amore del Dio Incarnato, ancor più ci è di conforto e di esempio l’opera di questo grande Pontefice.

 

       Genova, 1 dicembre 2020

 

Avv. Comm. Emilio Artiglieri

Presidente Comitato Papa Pacelli

Associazione Pio XII

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