Uguaglianza nell’ignoranza, meta socialista

L’agenda egualitaria della sinistra è stata uno dei grandi beneficiari del Covid-19, insieme alla Cina, ai verdi e ai promotori di un governo mondiale. Questa settimana ne abbiamo avuto un eloquente esempio in Portogallo, governato dai socialisti. Per evitare la disuguaglianza di opportunità, hanno proibito che gli istituti scolastici privati impartissero lezioni on line durante l’attuale confinamento, imposto con il pretesto di evitare la diffusione della “variante britannica” del coronavirus (ma nessuno viene in mente di dire che l’originale è cinese!).

Il Consiglio dei Ministri portoghese ha imposto vacanze anticipate per 15 giorni, eventualmente prorogabili per tutti i livelli di insegnamento. “Questa è una interruzione scolastica per tutti”, ha minacciato il ministro dell’Educazione, Tiago Brandão Rodrigues, denunciando quello che ha qualificato come “opportunismo” dell’insegnamento privato, che cerca di “esaminare sempre l’eccezione o tentare di essere differente”.  

Di fatto, nel lockdown precedente, le scuole private hanno continuato a funzionare con lezioni virtuali, mentre la maggioranza delle scuole pubbliche non ha potuto farlo per carenza di materiale. Nel frattempo, sono stati distribuiti 110 mila computer e il ministro ha annunciato che ne erano stati comprati già 335 mila, ma che ancora non erano stati consegnati. Da lì la decisione stravagante che le scuole private non possano svolgere le lezioni finché tutti non abbiano le stesse condizioni per studiare a casa.

 “Quel che il Signor Ministro sostiene”, ha denunciato Tiago Mayan Gonçalves, candidato liberale nelle recenti elezioni presidenziali, “è il livellamento verso il basso di tutta la popolazione, senza alcun tipo di giustificazione e senza alcun tipo di fondamento nell’attuale stato di emergenza”. Da parte sua, Rui Rio, presidente del Partito Social-Democratico e leader dell’opposizione,  ha affermato: “Il divieto di lezioni digitali nell’educazione privata è una misura totalitaria di stampo marxista. Non ha nulla a che vedere con la difesa dell’interesse pubblico, e meno ancora con la difesa della salute pubblica. È il peggiore volto della sinistra”.

Davanti alle proteste generalizzate, il Primo Ministro si è visto obbligato a fare marcia indietro, dicendo che le scuole potevano continuare a “lavorare” con gli alunni durante le vacanze forzate, facendo intendere che si trattava solo di un rafforzamento scolastico, senza aggiungere materie.

La sinistra ha sempre odiato l’insegnamento privato e sognato un sistema unico di educazione, con il pretesto che la scuola è uno strumento di dominazione borghese e che le successive disuguaglianze nella vita professionale non provengono dal merito ma dalla differente qualità nella formazione ricevuta. Per livellare la società, niente di meglio che livellare le scuole, i metodi pedagogici e la formazione degli insegnanti.

Il Manifesto degli Eguali, redatto da Gracchus Babeuf, durante la Rivoluzione Francese, già segnalava: “Ci serve che quest’eguaglianza non sia soltanto scritta nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, la vogliamo in mezzo a noi, sotto il tetto delle nostre case. Per essa noi acconsentiamo a tutto, a far tabula rasa per conservare essa sola. Periscano, se necessario, tutte le arti, purché ci resti l’eguaglianza reale!”.

Il sociologo francese Raymond Bourdon ha studiato le politiche educative delle democrazie liberali a partire dagli anni ’60 del secolo scorso e ha notato che tutte sembravano guidate da uno stesso principio: “Uguagliare nella misura del possibile le opportunità affinché tutti accedano a un diploma, per attenuare nella misura del possibile l’influenza dell’origine sociale sul livello educativo”. Uguagliando le opportunità nell’educazione, si eguaglierebbero le opportunità nell’impiego e, di conseguenza, lo status economico e sociale. Gli studi di Bourdon hanno tuttavia concluso che le politiche attuate per ottenere la agognata uguaglianza delle opportunità non hanno contribuito a una maggiore mobilità sociale, bensì ad una caduta del livello generale di educazione e a una svalutazione dei diplomi, pregiudicando specialmente i più capaci delle classi inferiori.

In realtà, il successo professionale deriva soprattutto dalle capacità individuali, siano esse di ordine conoscitivo o meno, come è stato dimostrato da quattro autori francesi, economisti e sociologi, nel libro La Machine à trier (La Macchina selezionatrice). Le capacità non conoscitive – come la disciplina – possono essere associate al successo scolastico più che un alto QI, affermano gli analisti d’Oltralpe, e queste si stabiliscono sin dalla prima infanzia, a causa del lignaggio e dell’ambiente familiare, specialmente del livello di educazione degli avi.

Quest’ultimo aspetto del problema è stato ampiamente studiato dai professori Betty Hart, specialista in Sviluppo Umano, e Todd R. Risley, specialista in Psicologia, e un riassunto delle loro conclusioni è stato pubblicato sotto il titolo The Early Catastrophe – the 30 million word gap by age 3 (“La prima catastrofe: il divario di 30 milioni di parole entro i 3 anni”).

Per due anni e mezzo, essi hanno registrato, una volta al mese, per varie ore, la vita di 42 famiglie suddivise in tre livelli socio-economici (alto/medio-basso/beneficiari di sussidi statali), e considerando in ogni livello alcune famiglie Afro-Americane. Dopo aver digitalizzato le conversazioni, hanno misurato il numero di parole che usavano i genitori e il numero di parole che usavano i figli, dall’età di 6 mesi sino ai 3 anni. Verificarono che un bambino la cui famiglia riceve aiuti statali ascoltava una media di 616 parole differenti all’ora, mentre un bambino di classe media operaia ascoltava 1.251 parole diverse nello stesso lasso di tempo e un figlio di professionisti 2.153. Poiché la memorizzazione dipende molto dalla ripetizione, gli scienziati hanno evidenziato che, in un intervallo di quattro anni, un figlio di professionisti  avrebbe un’esperienza accumulata di 45 milioni di parole ascoltate, uno di classe operaia di 26 milioni e il figlio di una famiglia povera di soli 13 milioni, da cui il divario di 30 milioni di parole a 3 anni, come recita il titolo dell’articolo.

Altra scienziata, Dale Walker, ha completato lo studio, analizzando la crescita del vocabolario dei figli di 23 delle 42 famiglie originali, una volta raggiunti i 9-10 anni di età. Com’è da immaginare, il risultato è stato che, nelle differenti prove, vi era una correlazione diretta tra il livello di dominio del linguaggio a 3 e a 10 anni.

Hart e Risley concludono, non senza un accento di amarezza a causa dei loro pregiudizi egalitari, che “accadono tante cose ai bambini durante i loro primi tre anni a casa, in un momento in cui sono specialmente malleabili e dipendono esclusivamente dalla famiglia in praticamente tutte le loro esperienze, che a 3 anni [età di ingresso alla scuola materna], un intervento [dei pedagoghi] deve affrontare non solo la mancanza di conoscenza e di abilità, ma l’abbordaggio generale delle esperienze della vita”.

Che non lo sappia il Ministro dell’Educazione portoghese! Perché la soluzione che proporrà sarà portar via i figli ai genitori prima che sia tardi. O, per lo meno, proibir loro di parlare ai figli, affinché non si produca la maledetta disuguaglianza di opportunità. “Periscano, se necessario, tutte le arti”, ripeterà, “purché ci resti l’eguaglianza reale!”.

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