Tecnocrazia:
punti-chiave, equivoci e antidoti

In Italia, l’incapacità dei politici nell’affrontare una crisi sanitaria hanno favorito il varo di un governo guidato da un tecnocrate e composto parzialmente da tecnici. Ciò ha fatto rinascere speranze o timori riguardanti la cosiddetta tecnocrazia, la sua influenza e le sue conseguenze: alcuni sperano in un governo meritocratico composto da competenti, altri temono un governo oligarchico guidato da settari. Sembra quindi opportuno dissipare alcuni equivoci al riguardo.

Tecnica, tecnologia e tecnocrazia

Premettiamo che tecnica, tecnologia e tecnocrazia sono legate tra loro ma nettamente distinte. La tecnica è il complesso di mezzi, metodi e procedure (non solo materiali ma anche spirituali) usati per imporre una forma a una materia applicando una scienza a un’arte; la tecnologia è lo studio e la programmazione delle tecniche da usare per ottenere un risultato previsto; la tecnocrazia è la gestione del potere da parte di una classe di tecnici selezionati per capacità, esperienza e successo, indipendentemente da ogni valutazione religiosa, filosofica, morale e politica. Il tecnocrate subordina la teoria alla prassi, i fini ai mezzi, riduce il sapere a strumento di potere e la tecnica a strumento di efficacia, usa conoscenze scientifiche e tecniche efficaci nel potenziare le capacità umane.

Data questa distinzione, sono sempre possibili sia tecniche non programmate secondo un modello tecnologico, sia tecnologie indipendenti da un progetto tecnocratico; però non sembra possibile una tecnocrazia libera da condizionamenti rivoluzionari. Infatti, oggi lo spirito tecnocratico è dominato da un fattore ideologico e anzi mitico: ossia la illusione di poter ricuperare le condizioni preternaturali di potenza e di perfezione ricevute dal Creatore nel Paradiso Terrestre e quindi anche le condizioni di pace, benessere e felicità perdute per colpa del Peccato Originale e della conseguente Caduta. Ciò manifesta che la tecnocrazia applica quella ideologia rivoluzionaria talvolta chiamata “tecno-gnosi”.

Pertanto, la tecnocrazia è un fenomeno pericoloso da capire e da combattere non solo nei suoi progetti attuali, ma anche nelle sue origini ideologiche e storiche, inquinate dal pensiero rivoluzionario.

I punti-chiave della tecnocrazia

La tecnocrazia si presenta proponendo una riforma della società basata sui seguenti punti:

– rifiuto delle “ideologie”, ossia delle concezioni del reale, dell’uomo e della società basate su teorie religiose, filosofiche, morali e politiche;

– critica della classe politica professionale in quanto demagogica, faziosa, clientelare e corrotta, perciò incompetente e inefficiente;

– critica dei sistemi politici basati sulla rappresentanza elettorale egualitaria e indifferenziata e su governi che prescindono dalle competenze e dai meriti;

– primato della classe tecnologica su quella partitica, in quanto superiore alle divisioni ideologiche, dunque capace di assicurare unità, benessere e pace universali;

– diritto della classe tecnologica a emanciparsi dal controllo parlamentare e a guidare la società in base a merito, competenza, efficienza e imparzialità;

– affidamento dei processi decisionali ed esecutivi a competenti ed efficienti esecutori di programmi e progetti tecnologici;

– sostituzione del governo politico con la “gestione delle risorse umane” e l’“amministrazione delle cose” mediante una gestione centralizzata, oligarchica e burocratica che si basa su dati scientifici (calcoli, statistiche, previsioni e pianificazioni);

– “risistemazione” (great reset!) della vita politica ed economica secondo una organizzazione razionale elaborata dalle “scienze sociali”, ossia le scienze umane cosiddette esatte e sperimentali.

Eppure, la realtà è molto diversa da quella ritratta da questo quadro. La filosofia, la scienza politica e l’esperienza storica dimostrano che la tecnocrazia non è ideologicamente neutra, non è meritocratica, non è democratica, non si riduce al potere economico, non favorisce l’ordine né la pace, non è invincibile. Proviamo a dissipare brevemente queste illusioni alquanto diffuse.

La tecnocrazia non è ideologicamente neutra

La filosofia insegna che la “tecnica pura” non esiste, perché ogni tecnologia applica metodi che presuppongono una implicita concezione della realtà. Di conseguenza, la tecnocrazia non è aideologica né avalutativa, ossia non è neutrale nel suo pensare né nel suo agire; anzi, essa presuppone quella precisa concezione del mondo nota come “scientismo”, elaborata dalle cosiddette “scienze sociali”, applicata da poteri settari e ormai sancita da istituzioni internazionali.

La tecnocrazia si basa sui seguenti falsi presupposti ideologici: oggettività invalutabile del “dato”, preminenza del fatto sul diritto. dei mezzi sui fini, della prassi sulla teoria e della esperienza sull’etica, primato della preparazione e della competenza scientifiche sulla correttezza procedurale e sul valore morale.

Per favorire la prevalenza della opinione sulla verità e dell’utile sul giusto, la tecnocrazia favorisce quel “politicamente corretto” prodotto da quel “culturalmente corretto” che impone al popolo un conformismo intellettuale tale da ottenebrarne la capacità di giudizio. In particolare, com’è stato denunciato dallo studioso Eric Vőgelin, la tecnocrazia impone quel “divieto di far domande” che proibisce al cittadino non tanto di conoscere gli arcani del potere tecnologico quanto, più radicalmente, di porsi le grandi domande esistenziali dell’uomo: “chi sono?, da dove vengo?, dove finirò?” Il tecnocrate crede che il cittadino, se si ponesse queste domande, finirebbe con l’alienarsi nelle astrazioni ideologiche (specialmente religiose), rinunciando a impegnarsi nel fare i concreti e attuali interessi dell’umanità.

L’ideologia tecnocratica ha una visione riduttiva dell’uomo e della società, perché li priva del loro fondamento sostanziale, qualitativo, spirituale, personale, organico, finalistico, riducendoli al loro aspetto accidentale, quantitativo, materiale, relazionale, meccanico, pragmatico, utilitaristico.

L’uomo è concepito come corpo in movimento, fascio di elementi, bisogni, desideri, rapporti; le sue attività spirituali sono manifestazioni necessarie determinate da strutture biochimiche; la sua razionalità è ridotta a programmazione matematica, il suo libero arbitrio umano è ridotto a scelta utilitaristica, per cui l’uomo è solo “un ente che mira ad ottenere il massimo risultato col minimo sforzo”, come lo definiva il positivismo nel XIX secolo.

La società è concepita come un’alleanza di egoismi che serve a moderare i conflitti tra individui e classi, bilanciare i loro interessi e in questo modo stabilire la pace sociale e a facilitare il progresso del sapere e del potere. L’autorità politica deve limitarsi a scegliere opportunisticamente le soluzioni più facili e comode, eludendo le esigenze del bene comune, della giustizia e della carità, ignorando i fattori ideali e valoriali (da quello religioso a quello patriottico) che influenzano le scelte delle comunità.    

Di conseguenza, nemmeno il progetto sociale del movimento tecnocratico è ideologicamente neutro. Esso tenta di far percorrere alla società una “terza via” che sintetizzi liberalismo e socialismo, conciliando la liberté con l’égalité in una fraternité laicista e cosmopolitica, «un’anarchia imposta da una tirannide incontrollabile». come recentemente denunciato dal prof. Michael Lind nel suo saggio America’s new corporate tiranny.

La tecnocrazia non è meritocratica

Per farsi accettare da una opinione pubblica che disprezza, la tecnocrazia si abbellisce con un moralismo meritocratico che predica competenza, esperienza, responsabilità, imparzialità. In realtà, presupponendo scetticamente e cinicamente la citata prevalenza del “dato” sul valore e del “fatto” sul diritto, la tecnocrazia non concepisce il merito come valutazione morale, o almeno lo riduce a competenza astratta e impersonale, determinata dall’appartenenza a un potere che assicura il successo, l’irresponsabilità e l’impunibilità dei propri agenti.

La filosofia insegna che il “dato di fatto” dev’essere sempre interpretato in base a giudizi di valore che (almeno implicitamente) presuppongono princìpi filosofici e religiosi. L’esperienza dimostra che la preparazione tecnica e la competenza scientifica sui mezzi – se si basano su criteri relativistici, amorali e pragmatici – non assicurano la bontà morale dei fini né merito, onestà e senso di responsabilità degli agenti, tantomeno evitano la dannosa influenza di pregiudizi, interessi e passioni. Pertanto, il progetto tecnocratico costituisce la caricatura e il surrogato sostitutivo della meritocrazia e una falsa alternativa al favoritismo tipico delle società democratiche.

In concreto, la tecnocrazia mira a reprimere non tanto l’egoismo, il favoritismo, la corruzione, il consumismo e lo spreco, quanto i valori spirituali, le qualità morali e i meriti individuali con le loro conseguenze sociali: ossia la creatività professionale, l’eredità generazionale, la proprietà privata, il risparmio, la libertà politico-economica, le gerarchie sociali, le classi sociali.

Ciò favorisce la nascita di un sistema di potere gestito da una classe tecnologica asociale, impersonale, immeritevole e irresponsabile. Ad esempio, nel settore economico, essa resta estranea non solo al reale vantaggio ma anche alla concreta produzione e gestione dei beni; nel settore politico, essa risulta contraddittoria perché spinge da una parte a unificare e accentrare i centri decisionali e operativi, dall’altra moltiplicarli e frammentarli, con conseguente conflittualità globale.

La figura esemplare del sistema tecnocratico è quella del manager. Costui non è tanto un dirigente meritevole di stima e rispetto che sia di esempio e di guida all’azienda, quanto un anonimo gestore (meglio se funzionale a tutti i settori e quindi intercambiabile) impegnato ad applicare impersonalmente norme, regole e procedure già decise da comitati amministrativi o direttamente dal sistema tecnologico.

Il manager modello deve quindi essere privo d’ideali, di radici, di patria e possibilmente anche di famiglia; ne sono tipici esempi attuali l’imprenditore, il burocrate e il finanziere cosmopoliti. Come il Direttorio francese s’illudeva che la Grande Armée del generale Bonaparte sarebbe stata invincibile se fosse “composta da soldati privi di patria e di famiglia”, così la tecnocrazia sogna un’armata di manager resi infallibili dall’assenza di legami patriottici e familiari che possano distrarlo dal funzionamento del sistema.

Sotto l’azione della burocrazia e la direzione della classe manageriale, la vita sociale, la produzione economica e la stessa proprietà privata diventano anonime e impersonali e dunque si deresponsabilizzano, anche perché l’esercizio e il controllo gestionali degli strumenti esecutivi e produttivi sono stati separati dalla ufficiale titolarità del diritto.

La tecnocrazia non è democratica

La prospettiva politica della tecnocrazia non è democratica e partecipativa ma oligarchica e settaria. Pur di realizzare il suo progetto, il vertice liberale si accorda con la base socialista per sospendere le regole democratiche e le istituzioni rappresentative, fino al punto di rinunciare al vecchio idolo della “sovranità popolare”. Pertanto, quando la nazione cede alle “tentazioni conservatrici” (ossia di sopravvivenza) e si lascia strumentalizzare dalle “forze della reazione” (ossia di risanamento), allora le élites “illuminate, competenti e responsabili” debbono “costringere il popolo a farsi liberare” da loro, secondo un paradossale motto lanciato dalla Scuola di Francoforte.

Da anni, noti politologi, giuristi ed economisti progressisti lamentano il fallimento delle democrazie contemporanee basate su una rappresentanza parlamentare eletta dal popolo e non filtrata né pilotata da circoli tecnicamente competenti. Di conseguenza, essi reclamano di correggere il sistema democratico in modo da sottrarre il potere (almeno) esecutivo ai politici, troppo condizionati dalla opinione pubblica e dalle votazioni elettorali, per affidarlo a tecnici scelti da una classe di esperti. L’attuale polemica contro il “populismo” mossa dalla oligarchia progressista rivela la sua preoccupazione di evitare svolte conservatrici imponendo alla popolazione un regime tecnico-burocratico. Non meraviglia quindi che istituzioni e circoli tecnocratici abbiano spesso favorito o imposto regimi oligarchici e settari, sviluppando quella tendenza del liberal-socialismo a rovesciarsi nel totalitarismo.

Negli ultimi tempi, la tecnocrazia sta passando dalla occulta influenza economica o amministrativa all’aperta gestione del potere politico, sostituendo i governi democraticamente eletti con una oligarchia composta da tecnici e burocrati, solitamente provenienti da industria, finanza e istituzioni cosmopolitiche. Questa gestione è infatti considerata più affidabile nel realizzare il progetto tecnocratico, perché non si fa influenzare dall’opinione pubblica rimasta refrattaria. Ne sono esempi significativi i casi dei “governi tecnici” o semi-tecnici.

Del resto, una recente indagine dell’Economist ha segnalato che sia l’avanzata del congiunto potere mass-mediatico, tecnologico e finanziario, sia il perdurare della crisi sanitaria dovuta alla epidemia cinese, hanno favorito lo scivolamento di molte nazioni in una di “democrazia sotto tutela” o addirittura in una oligarchia (cfr. La Stampa, 6-2-2021). Sulla rivista statunitense The Federalist, Joey Pullman ha denunciato che le grandi imprese tecnologiche californiane stanno tentando d’imporre al popolo un capillare sistema informatico di controllo e repressione simile a quello già vigente nella Cina comunista.

La tecnocrazia non favorisce l’ordine né la pace

Nonostante abbia ereditato dal positivismo il motto “odine e progresso”, la tecnocrazia non favorisce il bene comune della società, nemmeno quello minimale consistente nel retto ordine politico-economico. Pretendendo di scegliere arbitrariamente non solo persone, metodi e mezzi ma anche idee, valori e fini, ostinandosi a eludere i giusti diritti e le sane inclinazioni sociali, la tecnocrazia spesso ottiene risultati opposti a quelli sperati.

Ciò è dovuto al semplice fatto che la tecnocrazia non ha un vero concetto di bene né di giustiziaordine; per lui, ogni potere funzionale ogni costruzione coerente, ogni procedura funzionale e ogni vantaggio ottenuto sono buoni, giusti, ordinati. Il tecnocrate non realizza un progetto organico che applica leggi naturali al fine di ottenere un buon ordine stabile, ma si limita a coordinare opportunisticamente fattori eterogenei in base a un meccanismo concentrazionario che rinuncia alla libertà e alla discrezionalità. La “terza rivoluzione scientifica e industriale” (quella dell’automazione telematica e cibernetica) non mira più al bene comune della società e nemmeno al vantaggio dei cittadini, ma mira solo alla estensione, al potenziamento e alla efficacia del “sistema” tecnocratico.

La tecnocrazia non favorisce nemmeno la pace sociale. Infatti il tecnocrate mira a creare una società “pluralistica e policentrica” – ossia “multirazziale, multiculturale e multireligiosa” – dunque una società frammentata che tende a suscitare divisioni, disordini e conflittualità permanente. Ciò spiega come mai la tecnocrazia si allei spesso al potere burocratico e sindacale e al mondo delle comunicazioni di massa, allo scopo comune di svellere le radici sociali del vivere civile. L’odierno progetto tecnocratico si pone nella prospettiva non più progressista ma ormai regressista proposta dal Great Reset, per cui oggi l’oligarchia tecnocratica è tentata di realizzare il programma anarchico delle sette ecologiste; il che danneggerebbe ulteriormente l’ordine e la pace sociali, ma soprattutto ciò che resta della civiltà cristiana. Insomma, la tecnocrazia non è conservatrice ma rivoluzionaria.

Per quanto possa sembrare strano, la tecnocrazia vede di buon occhio l’attuale crisi politico-economico-sociale e la conseguente emergenza sanitaria. Infatti la considera come una occasione storica da sfruttare, allo scopo di far ripartire la Rivoluzione, ormai compromessa dai suoi fallimenti, imponendo al popolo una dittatura tecnologica, una politica di “austerità”, una economia “eco-solidale” e un appiattimento sociale altrimenti inaccettabili, per il semplice fatto che conducono al degrado e alla miseria non solo materiali ma anche spirituali.

La tecnocrazia ha una speciale avversione per il ceto medio, perché esso è quella base di piccoli proprietari, risparmiatori e produttori che tende ad assicurare ordine, stabilità e pace sociali e che si oppone sia all’individualismo liberale che al collettivismo socialista. Non potendo abbattere il ceto medio usando metodi sovietici, la tecnocrazia tenta almeno di controllarlo, intimorirlo, paralizzarlo e impoverirlo con una persecuzione psicologica, politica e fiscale che lo sottopone al sistema burocratico-finanziario. La tecnocrazia tenta pure di toglierle al ceto medio l’assistenza del suo storico alleato, ossia la Chiesa cattolica, danneggiandola mediante una politica economica e fiscale che ne colpisce le istituzioni assistenziali e formative.

La tecnocrazia non si riduce al potere economico

Sebbene punti molto sulla crematistica, la tecnocrazia non si riduce al potere economico, ma lo ingloba per superarlo ampiamente.

È vero che molti protagonisti della tecnocrazia furono o sono economisti, finanzieri, imprenditori, burocrati. Ma spesso costoro furono o sono anche colti intellettuali, accorti politici e seducenti comunicatori, capaci di usare il loro potere economico per realizzare un progetto ideologico nel quale impegnarsi totalmente, talvolta perfino sacrificando le proprie ricchezze. Dobbiamo ammettere che i magnati della sovversione hanno finora prevalso non tanto perché sono più ricchi o potenti, quanto perché sono più motivati, abili e generosi di quelli del mondo conservatore, cattolici compresi.

Il tecnocrate mobilita industria, finanza e fisco per potenziare i centri telematici e cibernetici, al fine di plasmare la sensibilità e la mentalità di una società di massa dominata o dall’ansia di ottenere certezze scientifiche, sicurezze politiche e comodità sociali, oppure dall’angoscia di perderle e disposta a qualsiasi cedimento pur di salvarle, come oggi sta accadendo con la crisi sanitaria mondiale.

Il quadro filosofico-politico ecologista delineato a Davos nel recente programma del World Economic Forum ci fa capire che la vigente tecnocrazia usa l’economia come mezzo necessario per imporre ai popoli un great reset – non solo sociale ma ancor più culturale e spirituale – che dovrà dissolvere la residua civiltà cristiana per realizzare un preciso fine ultimo: il “trans-umanesimo” reso possibile dal paradossale connubio tra razionalismo tecnico e naturalismo selvatico.

La tecnocrazia non è invincibile

La tecnocrazia può essere limitata e sottomessa solo da fattori più efficaci e più antichi di lei: ossia da fattori spirituali inerenti alla natura umana, alla sua vocazione e alle sue esigenze, come la libertà e la dignità di una vita retta e santa, inserita nell’ordine naturale e animata da saggezza e religiosità cristiane.

La pericolosa pretesa tecnocratica non è irreversibile né invincibile, ma per sconfiggerla bisogna combatterla in maniera intelligente e adeguata, in vari modi, Primo, bisogna restaurare nelle coscienze il retto ordine di precedenza e prevalenza del sapere sul potere, della teoria sulla prassi, dei fini sui mezzi e del valore sull’esperienza, ponendo tecniche e capacità al servizio delle reali esigenze sociali. Secondo, bisogna richiamare le élites a un minimo di coerenza con i loro stessi princìpi ufficiali, esigendo ch’esse (almeno) rispettino valori, diritti ed esigenze di quella società che pretendono di rappresentare. Terzo, bisogna informare il popolo sulle vere intenzioni della tecnocrazia, svelandone l’ideologia occulta e mettendolo in guardia da progetti di “risistemazione sociale” che si approfittano delle emergenze interne o internazionali per varare “comitati di salute pubblica” che impongono regimi oligarchici e settari. Quarto, bisogna ammonire élites e popoli a ricuperare la vera e integra dottrina sociale della Chiesa, negando sia a vertici pretesi competenti, sia a basi pretese liberatrici, il diritto di tramare contro l’Italia, il suo bene comune e la sua missione storica cristiana.

Questa è oggi la vera “emergenza storica” che ormai esige princìpi chiari, testimoni coerenti e scelte coraggiose.

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