I giornalisti “woke” banchettano con i cadaveri dei loro direttori

La fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta furono tempi inebrianti per i giornalisti. I principali giornali americani parlavano delle proteste contro la guerra del Vietnam, della crescente “controcultura” e della stella cadente di Richard Nixon. La cronaca dei quotidiani era affascinante, attirando molti studenti che si accalcavano nelle scuole di giornalismo, ottenendo poi lavori mal pagati ma prestigiosi presso il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times e altri giornali di grandi città.

 

L’era del giornalista liberal

Molti giovani giornalisti lavoravano sodo e indossavano la qualifica di liberal (sinistrorsi) come decorazione onorifica. Hanno combattuto contro Ronald Reagan ed entrambi i George Bush, poi hanno guidato la rivolta contro Donald Trump. Hanno applaudito Bill Clinton e successivamente esultato ancora con più forza per Barack Obama. Così salivano sempre più nei ranghi. Alcuni hanno raggiunto al massimo trofeo sedendosi dietro le porte dell’ufficio con la scritta “Caporedattore” stampata sul vetro.

Ora, molti di questi veterani vengono costretti a lasciare il lavoro per il quale hanno lavorato così duramente e a lungo. Invece di quaderni e matite, i giovani giornalisti sotto di loro brandiscono ghigliottine. Le vittime designate non sono i potenti, i corrotti o i repubblicani, ma piuttosto gli editori.

 

La Saga Wischnowski

Il prototipo di queste rivoluzioni nelle redazioni è stato quella del Philadelphia Inquirer e del suo ex editore, Stan Wischnowski, che previamente si era fatto le ossa come giornalista a Detroit e Rochester. Entrò a far parte dello staff dello Inquirer nel 2000, ricoprendo sette cariche in diciannove anni.

Poi è scoppiato il disastro. Il 2 giugno scorso, l’Inquirer ha riportato un servizio sulle rivolte che hanno attirato l’attenzione della Nazione durante l’estate, intitolato “Buildings Matter, Too” (ndt, “Anche gli Edifici Contano”, parafrasando “Black Lives Matter”). Come si sa, nel centro di Filadelfia, molti edifici – e le attività commerciali al loro interno – sono stati danneggiati o distrutti. L’Inquirer appoggiava le “proteste” ma voleva sottolineare anche un altro punto che contraddiceva la narrativa di Antifa e Black Lives Matter.

Appena una osservazione nel settimo capoverso. “‘People over property’ (ndt, La gente prima delle proprietà) è ottimo come slogan retorico. Ma in pratica, la distruzione degli edifici del centro di Filadelfia – e a Minneapolis, Los Angeles e una dozzina di altre città americane – è devastante per il futuro della gente. Sappiamo dalle rivolte per i diritti civili degli anni ’60 che il danno finisce per colpire proprio le persone che le proteste dovrebbero risollevare”.

 

I disordini rivendicano una vittima

I radicali entrarono in azione, affermando falsamente che l’Inquirer stava equiparando le persone alle proprietà, un peccato imperdonabile. Già non importava più quanti elogi erano stati fatti in precedenza ai “manifestanti”. I radicali non tollerano alcuna critica.

Il giorno successivo, l’Inquirer ha emesso una misera richiesta di scuse di otto paragrafi. “Il Philadelphia Inquirer ha pubblicato un titolo nell’edizione di martedì profondamente offensivo. Non avremmo dovuto stamparlo. Siamo spiacenti e ce ne rammarichiamo … Il titolo alludeva offensivamente al movimento Black Lives Matter… Questo è inaccettabile”. Le scuse hanno fornito un breve resoconto del processo mosso internamente a quel titolo. Il signor Wischnowski l’aveva supervisionato insieme a tutto il resto del giornale, ma non aveva svolto alcun ruolo diretto. “Questo incidente rende chiaro che sono necessari cambiamenti e ci impegniamo a darvi inizio immediatamente”.

Tuttavia, i giornalisti ribollivano. Il 6 giugno Stan Wischnowski annunciava le sue dimissioni. Una carriera da scalatore durata quasi vent’anni si concludeva in quattro giorni.

 

Non un incidente isolato

Un recente articolo su Commentary Magazine mostra che l’incidente di Filadelfia non è isolato. Citando “sfide impreviste”, il direttore esecutivo del Los Angeles Times ha dovuto lasciare alla fine del 2020. Il direttore del Washington Post ha dovuto fissare la sua partenza per il 28 febbraio 2021. Il caporedattore dell’agenzia di stampa Reuters andrà in pensione nell’aprile 2021.

La tendenza non si limita al mondo della stampa cartaccia. Il presidente della rete TV via cavo MSNBC ha lasciato nel 2020. Il presidente della CNN prevede di uscire alla fine del 2021. Le molto liberal società online Vox e HuffPost si stanno entrambe avviando a una nuova leadership.

L’articolo del Commentary cita un ex reporter del Washington Post che esalta questi passaggi di potere: “Sta arrivando una nuova generazione di leader! E hanno un urgente lavoro di riparazione da fare davanti a loro. Ciò include l’abbandono delle nozioni fallimentari e anacronistiche di oggettività in base alle quali hanno operato per così tanto tempo; il riconoscimento e il rifiuto della bianchezza dell’establishment e la ricerca di modi notevolmente più efficaci per creare un elettorato informato” (corsivi nostri).

 

Livellamento delle gerarchie

I cambiamenti in questi giornali sono paralleli al livellamento sociale che il movimento “woke” (ndt, più o mento traducibile con “risveglio”) chiede in modo così enfatico. La reputazione non significa più niente. L’età e l’esperienza non hanno più alcun valore. Anzi, queste categorie del vecchio establishment sono ritenute dannose per il nuovo giornalismo. I concetti di autorità e di responsabilità stabiliti sono superati. Attendere pazientemente le eventuali ricompense di un lavoro ben fatto è segno di accettazione della struttura di potere oppressiva e del suo “razzismo sistemico”.

Il livellamento delle gerarchie nei media fa parte di un processo rivoluzionario per cui la fase attuale di questa rivoluzione deve sostituire quella precedente. La radicalizzazione del nuovo giornalismo ribalta i processi e le condotte che governano quello vecchio. I nuovi radicali sono disposti a sacrificare tutto sull’altare dell’ideologia “woke”.

Essi mostrano ben poco sentimentalismo quando si liberano dei vincoli del passato. Anche la verità oggettiva è ora considerata sacrificabile nel servizio che i media devono dare a questa nuova rivoluzione. Persino i vecchi compagni di viaggio e gli amici, che hanno aperto la strada all’attuale era della post-verità, devono essere sacrificati nella folle corsa per spingere la società a sinistra. E, da parte sua, la vecchia guardia gioca spesso il suo ruolo rassegnandosi alla propria distruzione.

Come la storia mostra chiaramente, le rivoluzioni si nutrono da sole.

Fonte: Return to Order, Marzo 2021. Traduzione a cura di Fatima Oggi

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