Un nuovo sessantotto in arrivo: la rivoluzione della Cancel Culture può travolgere anche l’Europa

Nel mondo anglofono, sulle due sponde dell’Atlantico, sta imperversando una sorta di tentativo di un nuovo ’68. Viene denominato a volte movimento Woke (risveglio), a volte in modo ben più radicale “Cancel Culture”. Sono la cultura e la civiltà occidentali che vanno cancellate.

Meno di un anno fa abbiamo assistito attoniti alla vandalizzazione e in alcuni casi alla distruzione di numerosi edifici e all’abbattimento simultaneo di decine di statue pubbliche su suolo statunitense per mano di Black Lives Matter e Antifa, collettivi riconducibili a un elemento centrale che fa da denominatore comune al fenomeno che ci accingiamo a descrivere.

Qual era la colpa dei personaggi presi di mira? A detta dei manifestanti erano tutti accusabili di varie forme di razzismo. Lo stesso razzismo che, secondo Black Lives Matter, permea profondamente la società americana e che avrebbe portato un polizotto bianco a uccidere un afroamericano inerme: George Floyd.

L’uccisione del signor Floyd, alimentata da una narrativa incandescente, ha spinto miglia di americani a scendere in piazza in nome di una causa in sé giusta, quella dell’antirazzismo.

Ma come in ogni rivoluzione che si rispetti gli elementi moderati del movimento sono stati fagocitati quasi subito da quelli più radicali, che hanno letteralmente messo a ferro e fuoco moltissime città nord-americane.

Lo zelo rivoluzionario che anima le “imprese” di questi gruppi prende il nome di Cancel Culture, alla cui base troviamo l’ideologia sinistrorsa denominata Woke, termine entrato fin dal 2017 nell’Oxford English Dictionary col significato di “essere vigile contro la discriminazione razziale o sociale e l’ingiustizia”.

L’ideologia Woke mette sotto accusa tutto il passato dell’Occidente, principalmente ciò che viene denominato “suprematismo bianco”, identificando quest’ultimo con le strutture legali e culturali oggi vigenti che, secondo i fautori di questa teoria, debbono essere abbattute per capovolgere l’equazione di potere oggi dominante.

In realtà, questa neo-rivoluzione accusa in genere l’uomo occidentale di possedere una mentalità eurocentrica che discrimina in modo intrinsecamente iniquo tutte le “identità sociali” minoritarie, che vanno dalla razza all’orientamento sessuale, ma anche alla religione, ecc… 

La Cancel Culture è la ribellione che dovrebbe mettere fine a questa situazione e se per ora si manifesta principalmente nel mondo anglofono, è destinata a un redde rationem in tutto quel mondo che un tempo si denominava “civiltà cristiana”. 

Il paradosso sta nel fatto che fiorisce più negli ambienti degli accusati che in quello degli accusatori. 

Molti europei ritengono improbabile che questo fenomeno di violenza culturale e fisica – di chiaro stampo neo-marxista – possa fare breccia in Europa: in fondo, crediamo di avere troppa storia e troppa cultura per accettare una simile distruzione del nostro retaggio.

Eppure la Rivoluzione Francese è nata proprio qui da noi, in Europa. Così come il Manifesto Comunista di Engels e Marx e pure il ‘68.

E come l’assalto alla Bastille ebbe un’importanza più simbolica che reale nello scardinamento dell’Ancien Regime, così l’odierna demolizione dei simboli potrebbe non essere una reazione isolata o passeggera ma l’inizio di un movimento destinato a scombussolare il cosiddetto “primo mondo”.

Questa nuova rivoluzione non è infatti nata nei mesi scorsi. I prodromi possono farsi risalire a quasi un decennio fa.

Alcuni ne datano l’inizio al 2013, il momento in cui la cosiddetta Generazione Z arrivò all’università. Le persone nate dopo il 1995 sarebbero state istruite in un contesto sociale e tecnologico senza precedenti le cui conseguenze stanno ora emergendo.

Già nel 2014 fioccavano le iniziative nei campus americani per annullare l’invito a oratori e docenti non in linea con i dettami della Cancel Culture. L’accusa era che il loro messaggio in qualche modo opprimeva il corpo studentesco.

Secondo i calcoli di FIRE, un gruppo che difende la libertà di espressione nelle università statunitensi, tra il 2000 e il 2018 sono state ben 379 le iniziative per annullare gli inviti a parlare nelle università, la maggior parte però dal 2013 in poi. Di queste richieste, quasi la metà ha avuto successo. Dell’altra metà, degli eventi che si sono verificati, circa un terzo è stato sabotato o fortemente soggetto a protesta.

Un altro fenomeno inquietante era la comparsa di richieste, in molte università, di inserire degli avvertimenti nei materiali di studio sui contenuti che potevano ferire la sensibilità degli studenti. 

Così, sul famoso romanzo abolizionista La capanna dello zio Tom bisognava avvertire in anticipo degli epiteti razzisti contro i neri per evitare che alcuni studenti di colore si sentissero umiliati. Eppure stiamo parlando un libro scritto contro la schiavitù!

Dalle università americane questo cancro si è poi diffuso ad ogni latitudine lavorativa, testate giornalistiche comprese. 

Facciamo appena un esempio.

Un giornalista di The Intercept, Lee Fang, parlando con un afroamericano dell’uccisione di George Floyd, ha offerto una narrazione diversa su Black Lives Matter e sulla violenza della polizia. Perché la vita dei neri è importante solo quando un uomo bianco se la porta via?” ha chiesto l’intervistato. “Se un uomo bianco mi toglie la vita stasera, sarò su un telegiornale nazionale, ma se un uomo di colore me la toglie, forse non se ne parlerà nemmeno”.

Con tutta evidenza non si trattava dell’opinione del giornalista, ma di una delle sue fonti. Ma dargli spazio è stato sufficiente per molti colleghi di Fang per rivoltarsi contro di lui e diffamarlo pubblicamente. 

La sua collega Akela Lacy ha accusato Fang di “usare la libertà di espressione per proporre l’anti-blackness” e ovviamente di essere un razzista. Non si trattava di un’opinione isolata. Una cascata di giornalisti di The Intercept e altri media come il New York Times o il canale MSNBC si sono lanciati contro il giornalista. 

Fang, che è asiatico e apertamente progressista, ha dovuto pubblicare delle scuse e lamentarsi della sua “insensibilità verso le esperienze degli altri”.

Siamo alle autoaccuse pubbliche di stampo maoista…ma negli USA!1

L’ideologia woke è tanto più pericolosa per la prima potenza mondiale in quanto viene utilizzata dai paesi antagonisti per ribaltare la narrazione degli eventi.

Nel primo faccia a faccia Usa-Cina ad alto livello della presidenza Biden, tenutosi a favore di telecamere a Anchorage, Alaska, alle critiche americane per le violazioni dei diritti umani in Cina, il numero uno della politica estera del Partito Comunista Cinese, Yang Jiechi, ha risposto:

“Speriamo che gli Stati Uniti faranno meglio (…) ci sono molti problemi negli USA per quanto riguarda i diritti umani (…) le sfide che gli Stati Uniti devono affrontare in materia di diritti umani sono profonde. Non sono emerse solo negli ultimi quattro anni, come Black Lives Matter. Non è emerso solo di recente”.

Giustamente Gerard Baker, ex direttore del Wall Street Journal, ha commentato l’episodio asserendo che “Le élites culturali dell’Occidente stanno regalando la corda di Lenin”, in riferimento alla famosa sentenza del rivoluzionario russo “I capitalisti ci venderanno la corda con cui impiccarli”.

Come può infatti una nazione prevalere in una battaglia ideologica quando i suoi stessi leader credono che i valori su cui si basa siano malvagi?

Alle nostre latitudini abbiamo già esempi di come questa pericolosa ideologia autodistruttiva stia cercando di fare breccia nelle nostre società.

Nel Regno Unito la moda di vandalizzare le statue di personaggi ritenuti colpevoli di razzismo non ha risparmiato un mito nazionale come Winston Churchill. Il culmine di questa guerra ideologica è però sfociata in un attacco alla monarchia britannica sferrato dalla duchessa di Sussex, Meghan, in una recente intervista a Oprah Winfrey in cui la moglie americana del principe Harry ha accusato di razzismo i membri della famiglia reale.

Una ferita che ha già portato alcuni autorevoli commentatori a ipotizzare l’inizio della fine della monarchia britannica2.

Ma anche in Francia le cose non vanno meglio. Nathalie Heinich, sociologa della Sorbona che ha contribuito a creare un’organizzazione contro il «decolonialismo e la identity politics», ha spiegato al New York Times che alcuni incidenti sono stati «traumatici» per la comunità di professori dell’università parigina.

“Ci sono stati una serie di incidenti estremamente traumatici per la nostra comunità e che fanno tutti parte di quella che viene chiamata Cancel Culture“, si rammarica la sociologa.

La Heinich si riferisce al fatto che alcuni attivisti hanno impedito la rappresentazione di una commedia di Eschilo perché contestavano l’uso di maschere e trucco nero da parte di attori bianchi; altrove, rinomati oratori hanno visto annullati i loro inviti a seguito delle pressioni degli studenti. Secondo la sociologa francese questi sono esempi dell’irruzione dell’ideologia Woke nella società francese.

A volte però si rasenta la stupidità (e forse l’obiettivo è proprio quello: livellare fino all’istupidimento generale).

È infatti notizia di pochi giorni fa che il Museo Carnavalet di Parigi abolirà i numeri romani dalle scritte esplicative in favore di quelli arabi. Motivo? “Perché i numeri romani possono essere un ostacolo alla comprensione”, ha detto Noémie Giard responsabile del servizio pubblico del Museo.

Così Luigi XIV diverrà Luigi 14.3

Non è forse anche questa una forma di Cancel Culture? Non è effettivamente vero che il Museo Carnavalet potrebbe essere accusato di razzismo se non livellasse la conoscenza di tutti verso il basso anziché dare a ognuno gli strumenti per innalzarsi al di sopra delle proprie scarse conoscenze culturali?

Da dove viene tutta questa smania di ‘cancellare’ il passato, di distruggere tutto ciò che le generazioni passate hanno edificato con fatica, consegnandoci una tradizione millenaria affinché noi la custodissimo e la accrescessimo?

La risposta, per chi studia la storia con gli occhi di Dio, a ben vedere è solo una.

Quando l’uomo si allontana dalla Chiesa e dalle fonti della grazia, è inevitabile che il suo ideale di vita cominci a declinare fino ad arrivare all’abbassamento estremo di sognare una vita primitiva che rifiuta ogni arte, come un’impostura che distoglie dalla volgarità della vita reale.

È da questo rifiuto pieno di odio che deriva, in definitiva, il rancore contro le élite, oggi così tanto necessarie e vitali per opporre una visione alternativa e vera al baratro che rischia di travolgere anche l’Europa4.

Da cinque secoli siamo in guerra contro potenze umanamente a noi superiori. Ma da cinque secoli le generazioni di coloro che hanno deciso di militare nelle schiere della Regina del Cielo sanno che il loro sacrificio non sarà vano. Dio ha già vinto e presto o tardi, con le buone o con le cattive5, la civiltà cattolica austera e gerarchica risorgerà dalle sue ceneri ancora più splendente e più forte di prima.

Note

  1. Un altro caso di queste settimane ha visto come protagonista la direttrice d Teen Vougue. Cfr. La direttrice di Teen Vogue lascia per i Tweet razzisti scritti quando aveva 17 anni, Viviana Mazza. Corriere della Sera 20 Marzo 2021.
  2. Il Regno Unito e la Monarchia. Uno spettacolo, per quanto ancora?, Sergio Romano. Corriere della Sera 21 Marzo 2021.
  3. «Luigi XIV? Non si capisce più». Parigi abbandona i numeri romani, Stefano Montefiori. Corriere della Sera 17 Marzo 2021.
  4. Sull’importanza delle Élite consigliamo la lettura dell’opera di Plinio Corrêa de Oliveira Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana sul loro ruolo in una società organica.
  5. Ci riferiamo ai castighi annunzianti dalla Madonna a Fatima se il mondo non si convertirà e farà penitenza per i suoi innumerevoli peccati.

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