Quo vadis, Europa?

Sul futuro che ci attende le ipotesi attualmente in campo si riducono a due: 1) la realizzazione di una governance globale per meglio gestire crisi sempre più globali 2) il rafforzamento della sovranità degli Stati per fronteggiare la marea della globalizzazione colpevole dell’attuale pandemia.

Quali delle due strade verrà imboccata, una cosa è certa: l’Europa sta diventando sempre più debole e incapace di reagire alle sfide del momento.

Basti guardare alle crisi che avvolgono l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, e che da qualche anno si sono significativamente avvicinate ai confini del nostro continente, per constatare l’incapacità delle nostre classi dirigenti nel respingere e contenere fattori esterni che potrebbero gettare un’intera civiltà nel caos. Più di quanto non lo sia già.

 

Le minacce esterne che indeboliscono l’Europa

È la stabilità europea ad essere minacciata: dalla messa in discussione da parte della Turchia dei confini territoriali nel Mediterraneo, alla presenza della Russia in Libia, fino ai flussi migratori dal Sahel o dalla Siria. Senza dimenticare la politica del divide et impera della Cina di Xi Jinping attraverso investimenti e vaccini con lo scopo di attrarre nella propria sfera di influenza i paesi europei strutturalmente più fragili.

Queste crisi sono evidentemente aggravate da un indebolimento del sistema unipolare americano iniziato già con la presidenza Obama.

Possiamo dire che la “pandemia sta costringendo l’Europa a guardare la Repubblica Popolare Cinese in modo post-coloniale, gli Stati Uniti in modo post-atlantico e a ridefinire la propria posizione e identità culturali”[1].

Alla Pax Americana il gigante asiatico vuole sostituire la Pax Sinica.

È forse giunto il momento per l’Europa di rientrare nella Storia dopo decenni di negazione politica che l’hanno portata a vivere senza un’identità propria.

Se l’America deciderà di diventare definitivamente “una potenza pacifica, il destino dell’Europa sarà quello di diventare una potenza euroasiatica. Al posto della parte orientale dell’ordine atlantico, l’Europa coprirà in futuro i bordi occidentali dell’Eurasia, la più grande area terrestre del nostro pianeta, sulla cui punta si trova il gigante economico cinese”[2].

L’alleanza atlantica è insomma in declino “e così pure l’ordinamento mondiale guidato dall’Occidente”[3].

Ci troviamo del resto all’interno di un «mondo nuovo» sempre più multipolare e perciò stesso più imprevedibile e ancor più facilmente instabile.

È un guaio soprattutto per il nostro Paese, percepito come l’anello debole della catena occidentale nella quale “Si potrebbe domani immaginare un’Italia campo di battaglia politica ove uno schieramento «occidentale» deve vedersela con una agguerrita fazione filorussa, e magari anche con una filocinese”[4].

 

Covid, crisi economica: instabilità interna

Come se non bastasse, a quanto detto sopra dobbiamo aggiungere l’effetto catastrofico di molte delle confuse misure anti-covid che hanno portato e potrebbero sempre di più portare a una instabilità economica interna con ripercussioni sulla tenuta sociale dei singoli paesi europei.

Un significativo calo dell’attività industriale, che ha comportato un’esplosione della disoccupazione, non verrà riassorbita con le riaperture promesse dai governi o con i ristori messi in campo per tamponare un bagno di sangue.

Il numero di aziende che nel frattempo falliranno (o sono già fallite) non sarà piccolo[5]. È possibile pensare di mantenere milioni e milioni di persone con i sussidi statali – così come è stato fatto finora – credendo che questo risolverà l’estrema povertà incipiente che ci attende?

Davvero le nostre economie, per quanto ricche, potranno sostenere un simile sforzo senza far cadere le nazioni in una crisi senza precedenti con conseguenti sommosse interne che facilmente verrebbero manipolate da fuori per scopi non certo nobili?

Un esempio recente su tutti è la spirale di violenza, caos e declino economico in cui è precipitata una delle economie più floride del sud-America: il Cile. Ma non senza la complicità della sinistra.

 

Un’opportunità per la sinistra

Crisi della Pax Americana, instabilità interne, assistenzialismo di Stato come mai visto prima: questi tre fattori – accelerati e resi più penetranti dalla pandemia – sono visti dalla sinistra come potenti alleati per ripristinare e rinsaldare la sua egemonia a tutto campo.

In Italia non è passato inosservato il libro[6] del Ministro Roberto Speranza[7], stranamente ritirato repentinamente dal commercio non appena pubblicato.

In quest’ opera di vera e propria auto-agiografia che descrive come l’Italia sia riuscita a fronteggiare la pandemia di Covid19 – ricordiamo en passant che siamo tutt’ora decimi al mondo per numero di morti per milione di abitanti[8] – Speranza si lascia ogni tanto sfuggire verità altrimenti inconfessabili.

Una su tutte, si trova nell’ultimo capitolo intitolato “Il ritorno della sinistra”:

“Sono convinto che abbiamo un’opportunità unica per radicare una nuova idea della sinistra (…) Credo che dopo tanti anni controvento ci sia davvero una nuova possibilità di ricostruire un’egemonia culturale su basi nuove”.

Una simile affermazione non deve sorprendere.

Sin da subito la sinistra radicale ha rivendicato l’opportunità di cogliere l’attimo per spingere al massimo i propri programmi.

Rileggendo il Manifesto dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira del 20 Aprile 2020[9] ritroviamo riportati, già all’inizio della pandemia, gli stessi concetti esposti da altri leader radicali:

In un articolo pubblicato su Intercept, la scrittrice e attivista Naomi Klein ha spiegato di aver appreso negli ultimi due decenni che “nei momenti di cambiamento cataclismico, ciò che prima era impensabile diventa improvvisamente realtà.

Sulla stessa scia, il filosofo sloveno Slavoj Zizek ha sostenuto che “il coronavirus ci costringerà a reinventare un comunismo basato sulla fiducia nelle persone e nella scienza”. Non si tratterebbe del comunismo del passato, ma “di un qualche tipo di organizzazione globale che può controllare e regolare l’economia, oltre a limitare la sovranità degli stati nazionali”.

Il filosofo italiano Franco Berardi Bifo non resta indietro: “C’è qualcuno a cui non piace questa logica perché ricorda il comunismo? Bene, se non ci sono parole più moderne, useremo ancora quella, in effetti vecchia, ma sempre molto bella”.

Agendo con tutta coerenza, la sinistra radicale ripropone apertamente la nazionalizzazione di società elettriche e di telecomunicazioni, di ospedali privati e hotel, etc., come ha dichiarato sfacciatamente Pablo Iglesias, leader del partito Podemos e vicepresidente dell’attuale governo di coalizione spagnolo in una riunione di crisi del gabinetto.

Benoît Hamon, fallito candidato alla presidenza del Partito socialista francese ha sostenuto che “La crisi darà alla luce un mondo nuovo”[10].

Il comico Beppe Grillo, fondatore del Movimento Cinque Stelle ha dichiarato: “L’emergenza che stiamo vivendo potrebbe favorire una svolta epocale, rivoluzionaria, che da molti superficialmente è stata sempre considerata folle, e che potrebbe cambiare in meglio il nostro futuro”[11].

 

Conclusione

Le sirene dello statalismo attirano da sempre anche un certo tipo di destra. C’è l’idea di fondo che sia lo Stato a dover accompagnare l’individuo dalla culla alla bara. L’iniziativa privata e la proprietà individuale non vengono inizialmente ritenute illegittime ma certamente ridimensionate più del dovuto. Col passare tempo, però, questo ridimensionamento tende sempre più a trasformarsi in una negazione della loro necessità per il bene comune[12].

La storia ci ha insegnato che questo tipo di ideologia porta con sé solo morte e miseria. Ma anche una deresponsabilizzazione dell’individuo che demanda allo Stato il sopperire di ogni sua necessità, disinteressandosi così della cosa pubblica che cade nelle mani di “gruppi anonimi”.

In un discorso Ai partecipanti al Congresso Nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti del 7 marzo 1957[13] Pio XII affermava:

(…) osservando l’andamento di alcuni Congressi anche cattolici in materie economiche e sociali, si può notare una sempre crescente tendenza ad invocare l’intervento dello Stato, tanto che si ha talvolta quasi l’impressione che sia questo l’unico espediente immaginabile. Ora, senza dubbio, secondo la dottrina sociale della Chiesa, lo Stato ha il suo proprio ufficio nell’ordinamento della convivenza sociale. Per adempire tale ufficio, esso deve anzi essere forte ed avere autorità. Ma coloro, che continuamente lo invocano e su di lui riversano ogni responsabilità, lo conducono alla rovina e ne fanno anche il giuoco di potenti gruppi interessati. La conclusione è che viene così a cessare qualsiasi responsabilità personale nelle cose pubbliche e che, quando alcuno parla di doveri o di negligenze dello Stato, intende i doveri o le mancanze di gruppi anonimi, tra i quali naturalmente egli non pensa di annoverarsi.

Ma perché le classi dirigenti non cadano preda di questo abbaglio, è necessaria un élite che abbia coscienza della propria responsabilità e della sua missione.

Chi ne faccia parte dovrà dare tutto sé stesso al bene comune. Ma affinché questa donazione di sé stesso al bene comune abbia effetto, dovrà aver chiaro il proprio ruolo.

In sostanza:

L’élite deve invitare i suoi membri ad adattare le loro vite a un principio del poeta francese Paul Claudel. Disse Claudel sulla gioventù che essa non è stata fatta per il piacere, ma per l’eroismo. Lo stesso si può dire e, soprattutto, lo stesso va detto dell’élite. Il patrimonio, il prestigio sociale non sono stati dati ai membri dell’élite principalmente per il loro piacere, ma per l’eroismo, per aiutarli ad avere la necessaria elevazione di anima per una completa abnegazione delle loro vite. Questa abnegzione consiste principalmente nei seguenti elementi:

Il membro dell’élite deve essere una persona consapevole che la moralità è una caratteristica indispensabile della vera élite e che se l’élite perde il senso della moralità, rinuncia alla sua missione di essere il freno a tutte le forme di immoralità. Se rinuncia alla responsabilità di essere la classe sociale che dà un tono alla società, ma un tono cristiano e moralizzante, invece di un tono scristianizzante e paganizzante, se l’élite rinuncia a questa responsabilità, cessa di essere una vera élite[14].

Sono parole del pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira. E non potevano essere migliori per terminare questo articolo.

Note

[1] Il Risveglio Geopolitico dell’Europa, Luuk Van Middelaar. Le Grand Continent, 15 aprile 2021

[2] Ibidem

[3] I Rapporti tra Europa e Usa complicati anche dalla Brexit, Ian Bremmer. Corriere della Sera, 12 aprile 2021

[4] Un Mondo più difficile per l’Italia, Angelo Panebianco. Corriere della Sera, 11 aprile 2021

[5] Cfr. La crisi economica del covid-19, Olivier Blanchard. Le Grand Continent, 14 novembre 2020

[6] Perché Guariremo. Dai giorni più duri a una nuova idea di salute, Roberto Speranza. Feltrinelli, ottobre 2020

[7] Roberto Speranza è attualmente segretario di Articolo Uno, partito politico italiano di sinistra fondato il 25 febbraio 2017. Nel Governo Draghi riveste la carica di Ministro della Sanità. Pur essendo un partito dello zero virgola, Articolo Uno, oltre alla presenza del suo segretario, può contare all’interno dell’attuale formazione di governo anche sulla presenza di Maria Cecilia Guerra, riconfermata come Sottosegretaria al Ministero dell’economia e delle finanze

[8] Dato aggiornato al 21 aprile 2021, fonte https://www.statista.com/statistics/1104709/coronavirus-deaths-worldwide-per-million-inhabitants/

[9] LA MAGGIORE OPERAZIONE D’INGEGNERIA SOCIALE E DI TRASBORDO IDEOLOGICO DELLA STORIA, Istituto Plinio Corrêa de Oliveira – 26 Aprile 2020

[10] Ibidem

[11] Ibidem

[12] Per approfondire la tematica suggeriamo la lettura degli articoli di Plinio Corrêa de Oliveira. Per un elenco non esaustivo sul tema cfr. Propriedade privada e função social. Coletânea de documentos

[13] Discorso di Sua Santità Pio XII Ai partecipanti al Congresso Nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti, 7 marzo 1957

[14] O importante papel das elites a serviço da sociedade, Plinio Corrêa de Oliveira. Conferenza del 6 maggio 1968.

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